Da diversi giorni il mondo dell’Università è spaccato; da un lato c’è chi pensa che la sentenza del Consiglio di Stato sia un duro colpo al processo di internazionalizzazione dell’Università italiana e dall’altro chi crede sia un passo in avanti verso la difesa della cultura italiana.

Come spesso accade però la polarizzazione in fazioni contrapposte rischia di spingere la discussione verso una serie di slogan vuoti, questo perché entrambe le posizioni si basano su idee condivisibili e che non si escludono a vicenda. Per questo, proviamo a porci due domande. La prima è: “internazionalizzazione” significa frequentare un’università italiana, ma tradotta in inglese? E ancora: si valorizza la cultura italiana chiudendosi a riccio e negando la possibilità a studenti non italiani di venire a studiare nel nostro paese?

Per noi la risposta è no in entrambi i casi.

Infatti è difficile negare che questa sentenza del Consiglio di Stato sia estremamene rigida, cioè che non lasci un grande margine di manovra alle Università, le quali si troveranno sempre vincolate dal principio per cui la maggior parte dei corsi devono essere erogati in lingua italiana o sia in italiano che in inglese. E questo porta con sé sicuramente una serie di fattori negativi, uno dei quali è la minore attrattività nei confronti di studenti non italiani.

D’altro canto, nel 2012 la decisione del Politecnico di passare all’inglese per i corsi magistrali fu altrettanto brusca e poco attenta nei confronti della complessità delle varie aree della nostra Università. Mentre è sicuramente utile studiare in inglese materie che saranno naturalmente più proiettate in una dimensione internazionale, può essere meno necessario insegnare in inglese corsi che hanno radici nella cultura e nella tecnica italiana. E ancora, se l’erogazione dei corsi in inglese non è supportata da un approccio veramente internazionale, diventa semplicemente un modo per esercitare la lingua e per attrarre studenti non italiani, più che un modo per preparare gli universitari al mondo del lavoro.

Quindi siamo convinti che questa sentenza sia regressiva per il processo di internazionalizzazione, ma che al tempo stesso possa portare a chiedersi quale sia il verso senso dell’internazionalizzazione: se sia semplicemente la traduzione dei nostri corsi in una lingua più utilizzata dell’italiano o invece una vera e propria rivoluzione culturale dell’Università, che non sia basata solo sulla lingua, ma anche sulla didattica, sull’organizzazione e su un’idea più internazionale di Università in ogni suo aspetto.

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