Ricordo, come fosse successo ieri, la mia prima esperienza con un assorbente. Tornavo da una sciata di famiglia a dir poco sfiancante. Dopo tre ore i pullman e un termos da litro di tè, una combinazione micidiale, l’unica cosa di casa di cui avevo nostalgia era il bagno. La scena si è svolta nel seguente modo e, anche se avrete già intuito, vorrei raccontarvelo lo stesso, magari pure sotto forma di equazione visto che ad oggi sono ingegnere:

Mutande + sangue = “MAMMAAAA! Mi serve un coso di quelli che usi tu!”

Mia madre entra, mi guarda in faccia, capisce. Non dice nulla. Torna con un assorbente confezionato, di quelli con la plastica viola e le frasette che, solo successivamente, avrei capito sarebbero state sempre le solite dieci. Me lo lancia e se ne va per continuare a sistemare l’attrezzatura sportiva. 

Traffico un po’, gira di qua, gira di là, una parte appiccicosa, una parte morbida. Eureka! Ovviamente la parte appiccicosa serviva per farci “appiccicare” il sangue e per attaccarsi alla pelle senza più muoversi, esattamente come fosse un cerotto, più o meno dai. L’ingenuità dei miei 11 anni…

L’aneddoto si conclude con me che il giorno dopo a scuola sporco i pantaloni fino alla cintura, beccandomi perfino insulti da mia madre perchè da un lato avrebbe dovuto lavarmi pantaloni e felpa (legata in vita per coprire il danno, ovviamente) e dall’altro per l’inconveniente in generale: avevo messo il mio primo assorbente dal lato sbagliato. 

Se state pensando che ci vuole coraggio per raccontare una storia così imbarazzante, non potrei essere più d’accordo. Ma forse dovreste chiedervi perchè mi sto mettendo tanto a nudo, dopo 12 anni, con dei perfetti sconosciuti. 

Forse lo faccio perché sono convinta che una prova di coraggio più grande di questa sarà necessaria. Una prova collettiva, che permetta ad ognuno di poter affrontare quegli argomenti che più ci sembrano scomodi, quelli che ci fanno arrossire e che preferiremmo evitare. Ci vuole coraggio per saper abbattere certi tabù, ma chi meglio di noi studenti può essere in grado di farlo?

Le nostre posizioni e le nostre azioni sono il futuro. Vogliamo immaginare un futuro in cui potremo parlare di mestruazioni e molto altro senza che i nostri occhi guardino in terra, senza alcuna vergogna per dare così una forma più nitida al mondo che sognamo di creare. 

Ci piace insomma immaginare un futuro in cui il Politecnico sappia farsi portatore di questa volontà, dicendo senza paura: #naturalmentegratis  

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