Dai banchi di scuola all’università

Testimonianze del 25 aprile 1945

L’idea che tutti gli insegnanti, i non docenti e gli studenti fossero fascisti non corrisponde alla realtà. La presunzione poi di fascistizzare ogni aspetto dell’intero comparto scolastico si rivela velleitario per il regime. Certo coloro i quali non si allinearono al terrorismo ideologico furono una minoranza di coraggiosi e furono tali per circostanze e storie personali diverse.

Già all’indomani delle leggi speciali del ’26 il fascismo manifestò una profonda irritazione verso i docenti che si rifiutavano di giurare fedeltà al regime. Contro questi “ribelli” iniziarono allora richieste di informazioni a rettori, a presidi, a direttori didattici su chi aderisse al “fascio” e chi no. Per molti, in ragione del rifiuto di adesione alla dittatura, furono allontanati dalle scuole e dall’università (li chiamavano ipocritamente esoneri, ma si trattava di vere proprie espulsioni e licenziamenti). Molti di questi insegnanti furono costretti allora cercare lavoro presso scuole private o case editrici disponibili ad accettare il loro contributo di intellettuali.

Anche nel prosieguo della dittatura erano all’ordine del giorno le note informative richieste a rettori, a presidi e a direttori didattici sull’affidabilità ideologica dei singoli docenti in “odore” di antifascismo, ma non tutti i vari responsabili della scuola (in verità pochi) si allinearono pedestramente alle direttive romane. Ciò valse anche quando vennero emanate le leggi razziali antiebraiche del 1938.

Sin dal suo costituirsi la dittatura considerò la scuola uno dei cardini del suo progetto ideologico dimostrandosi tutta protesa a sviluppare per i giovani maschi una pedagogia che valorizzasse il senso della virilità, della potenza e del mito della razza. Insegnamenti che si tradurranno compiutamente, negli anni a seguire, della conquista dell’Impero, nelle leggi antiebraiche e nella scongiurata guerra fianco di Hitler.

Per le giovani fanciulle, invece, il regime disegnava loro un futuro di mogli fedeli, madri feconde per la patria e “regine angeli” del focolare domestico.

Molti insegnanti si allinearono a questo modello educativo che concepiva solo la cultura dell’idillio familiare, del credere, del combattere e dell’obbedire: il discutere era proibito. E per un ventennio sembrò trionfare questa pedagogia oscurantista del pensiero unico, del marciare in fila per due e dello sfornare figli per la gloria delle future imprese della nazione. Tuttavia, malgrado i tentativi di controllo sistematico dell’ordine scolastico, singole coscienze o gruppi più o meno organizzati, provenienti da esperienze ideologie diverse, seppero tenere la testa alta e testimoniare i valori della dignità umana e dell’autonomia di pensiero. Molte scuole e alcune università milanesi come il Politecnico hanno fatto di questo senso la loro parte, danno un contributo determinante all’affermazione della libertà.

25 aprile

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