La democrazia a singhiozzo

La pecora grigia

Pecora

La pecora grigia ospita articoli che affrontano in maniera “diversa” dal solito vari argomenti di attualità. Questi articoli non si pongono come una guida per esplorare la realtà, né come la smentita ufficiale dei canali d’informazione ordinari. Vuol essere solo il punto di partenza di una riflessione – in primis di chi ha scritto e, poi, di chi leggerà – forti di una convinzione: la realtà che ci circonda è troppo complessa per pensare di poter classificare tutto in “buono e cattivo”, “giusto e sbagliato”. Tra bianco e nero, quindi, non abbiamo dubbi, c’è il grigio!

di Giuseppe Licata

Era l’8 dicembre 2013 quando Matteo Renzi veniva eletto senza troppe difficoltà segretario del Partito Democratico, portando speranze di cambiamento grazie al suo indiscusso impatto mediatico e alle sue promesse di rottamazione.
Rottamazione eseguita magistralmente all’interno del PD stesso, ma trascurata o dimenticata al momento di accogliere l’ex premier Berlusconi (condannato per frode fiscale) in via del Nazareno a Roma per raggiungere un compromesso in merito alla proposta di legge elettorale, con l’introduzione del secondo turno per far sì che si possa finalmente ottenere una maggioranza, ma con carenze importanti dal punto di vista della partecipazione democratica.

Infatti la nuova proposta di legge elettorale prevede ancora i listini bloccati senza possibilità di preferenza (la Camera dei deputati ha votato contro) e lo sbarramento per i partiti che si presentano senza alleanze all’8% (4 milioni di voti).
Inoltre il ricatto berlusconiano ha portato lo stesso premier ad affermare che con la nuova legge elettorale non si voterà per il Senato, proposta quanto meno incostituzionale visto che il Senato ancora esiste.

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Il segretario PD aveva promesso una legge elettorale entro gennaio, ma la proposta del cosiddetto “Italicum” è arrivata alla Camera soltanto a metà marzo, dove è stata poi approvata. L’intenzione di andare a votare con una buona legge elettorale dopo l’immobilità del governo Letta su alcuni punti fondamentali e dopo strafalcioni come i casi De Girolamo, Cancellieri e Shalabayeva, può essere ormai esclusa con l’avvento del nuovo Governo.

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E come far finta di non vedere cosa è accaduto all’interno del PD, con Letta messo da parte, senza nemmeno riferire in Parlamento, in favore di Renzi, nemmeno candidato? Una democrazia sempre più a singhiozzo che vede il terzo premier nominato dal Presidente della Repubblica senza essersi presentato alle elezioni in pochi anni; conseguenza dell’ingovernabilità e delle necessità del paese oppure mancata volontà nell’agire?

Riconosco la dichiarazione di intenti nel ripartire dalla scuola e dall’edilizia scolastica, ma come tradurre queste intenzioni in fatti al fianco di chi ha considerato per anni scuola e ricerca delle risorse secondarie, privandole di 8 miliardi di euro? E non si può, nel 2014, parlare di compromesso sui diritti civili quando chi fa parte del Governo stesso ha osteggiato proposte di legge contro l’omofobia e si è opposto a rendere l’Italia paragonabile agli altri paesi europei che riconoscono unioni civili e matrimonio tra persone dello stesso sesso. O ancora, chi sostiene leggi vergogna (e incostituzionali) come la Fini-Giovanardi. Non si può parlare di compromesso quando le necessità sono soltanto innovazione e cambiamento. Dal punto di vista più istituzionale la composizione del Governo ha più l’aspetto di un rimpasto e non di vero cambiamento, infatti quelle che potevano essere belle notizie fuori dai soliti schemi come la conferma della Bonino alla Farnesina o Nicola Gratteri (magistrato antimafia) al Ministero della Giustizia, sono venute meno.

Il nuovo Governo ha la necessità di dare risposte in merito alla crisi e al mondo del lavoro e potrebbe cominciare col creare impiego sbloccando i fondi per il dissesto idrogeologico o un piano di Green New Deal, ma sarà davvero possibile anche solo una proposta con chi ha sostenuto il condono edilizio per anni e non esiterebbe probabilmente a utilizzarlo nuovamente? Mentre scrivo il Governo sta invece presentando alla Camera il Jobs Act, il piano del rilancio del lavoro che tuttavia ha già riscontrato critiche dalla CGIL.

Questo Governo ha davvero il compito di dare un’indicazione chiara in vista del semestre europeo, ma sarà difficile affrontare questo impegnativo passaggio internazionale eliminando ministeri fondamentali in questo senso come quello degli affari europei, integrazione e pari opportunità.
L’Europa ha la necessità di uscire dalle elezioni di maggio con le idee chiare e con maggiore fermezza di quanta ne ha adoperata nell’odierno caso ucraino, contro l’autorità russa. Un’Europa post elezioni dovrebbe invece avere un ruolo centrale nella risoluzione dei conflitti interni e esterni all’Europa stessa, dovrebbe affrontare prontamente quelle che sono le emergenze dei migranti dovute ai conflitti in medio-oriente e alla “novità” dei cambiamenti climatici su cui la UE deve dare un indirizzo di svolta a livello globale 14 trascinando Usa e Cina, che non hanno mai preso iniziative concrete in tal senso.
Non può ignorare inoltre quelle che sono le falle del fiscal compact europeo, la mancanza di leggi appropriate sulla tassazione delle rendite finanziarie e il tetto massimo allo stipendio dei manager, provvedimento già proposto dalle opposizioni in Italia.

Il Partito Democratico ha, nei giorni passati, aderito al Partito Socialista Europeo con cui correrà alle elezioni di maggio, scelta non proprio conforme alle prospettive di cambiamento del premier Renzi. Nel panorama di sinistra un’altra candidatura interessante caratterizzata da elementi di novità potrà forse essere quella di Tsipras, che si pone come obiettivo un’Europa alternativa senza fare ricorso all’antieuropeismo, al NO EURO, alle politiche che rifiutano l’integrazione dei popoli fino ad arrivare a nuove preoccupanti realtà di ultradestra.

Il voto di maggio sarà anche un banco di prova per comprendere la reale partecipazione europea degli lettori e la volontà di rinnovare questa Europa che al momento non pare all’altezza dei tempi e che l’Italia ha il dovere di cambiare se vuole cambiare se stessa.

12/03/2014

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