Svergognatevi!

O perché il Pride non vi piacerà mai.

di Marco Barbaro

La vergogna è stata definita come emozione dell’autoconsapevolezza, emozione sociale o interpersonale, al pari di senso di colpa e orgoglio. Questo perché riguarda una presa di coscienza del giudizio altrui su di sé:

non si prova vergogna a cantare Taylor Swift da soli nella propria camera, ma la si proverebbe se il nostro coinquilino entrasse mentre stoniamo l’acuto di “Shake It Off”.

In questo senso la vergogna è successiva a uno smascheramento, ad una esposizione delle proprie impotenze (o dei propri gusti musicali discutibili). Ma la potremmo anche vedere come un’emozione preventiva, altrimenti perché mentre ci sentiamo sul palco dei VMAs 2014 chiudiamo a chiave la porta della nostra camera?

Sotto un’altra luce, infatti, la vergogna è in qualche modo simile alla paura: ho paura del buio perché qualcosa che non vedo potrebbe farmi male, quindi mi proteggo accendendo la luce.
La vergogna ci spinge a non avere atteggiamenti anormali, a seguire il pensiero dominante e a sopprimere gli impulsi che spiccherebbero rispetto alla comunità e che potrebbero portare ad essere discriminati, ovvero ci permette di aggregarci, di fare gregge.

Potremmo considerarla parte dello spirito di conservazione che ha permesso alla vita sulla terra di perdurare così a lungo, tanto che molteplici studi (in particolare cito “Cross-cultural invariances in the architecture of shame”, Daniel Sznycer) avvalorano la tesi dell’universalità della vergogna, che quindi risulterebbe innata, almeno nella sua struttura portante.

Se ci pensate aggregarsi, e quindi vergognarsi, è fondamentale in una società primitiva in cui essere esclusi vuol dire non ricevere la propria razione di cibo, non essere protetti dal resto della comunità, non essere coinvolti nelle attività sociali, insomma: morire (soli) in un paio di giorni.

Sarebbe anche l’ora di notare, però, che la nostra società ha avuto qualche centinaio di migliaia di anni per evolversi.

È ancora così fondamentale la vergogna?

Andiamo al punto: il pride. Spesso è tacciato di essere osceno, fuori luogo, una vetrina del disagio, una passerella per mettersi in mostra con tutte quelle parrucche e quegli strani travestimenti in eco-pelle. Beh, tutto vero, forse, ma probabilmente non è chiaro che il pride non è fatto per compiacere; il pride è solo ciò che dovrebbe essere. É un faro che punta la sua luce su tutti quei desideri, quelle tendenze e quegli allineamenti che scansano la normalità, e ci fa vedere che è molto più facile per chi non li ha tollerarli negli altri che non per chi li ha sopprimerli in se stessi.

Per rispondere all’ultima domanda, quindi: sì, la vergogna continua ad essere fondamentale in quanto connaturata all’uomo, ma allo stesso tempo è fonte di ormai inutile e sterile mortificazione per chi non riesce a divincolarsi dalla sua stretta.

Il pride ci insegna che dobbiamo smettere di porre al primo posto il decoro, concetto costruito e per questo non necessario, a discapito della serenità di chi per indole ne vivrebbe fuori. In questo modo ci libereremo delle vergogne di cui ci vogliamo liberare e ci terremo quelle che ci vogliamo tenere, indipendentemente da quanto ciò possa piacere agli altri.

E se pensano che una volta svergognatici il pride diventerà più sobrio si sbagliano: il pride sarà sempre osceno, fuori luogo, disagiato, strano, perché altrimenti non ce ne sarebbe bisogno.

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