Si cresce dal basso

di Angelo Boglione

Molti di noi vogliono risolvere le crisi che affliggono la nostra società: disoccupazione, ingiustizia, povertà.

Ciò in cui ognuno di noi, o i gruppi in cui ci identifichiamo, tipicamente si differenzia è il “come” voler risolvere tali problematiche.
E nello scriverne oggi vorrei non tanto proporre delle ricette specifiche, ma esplicare quale debba essere la squadra di cuochi chiamata a cucinarle.
Perché il punto cruciale nell’affrontare le sfide del nostro secolo non sono solo le proposte di risoluzione, ma ancor prima – inscindibilmente da queste perché funzionale alla loro riuscita – è il capire quale sia la dimensione sociale con la quale queste soluzioni debbano essere portate avanti.

Un esempio calzante è quello della raccolta differenziata da parte di noi singoli cittadini.
Differenziare i rifiuti per riciclarli ha un impatto decisamente positivo sulla società: sia da un punto di vista ecologico, perchè si inquina di meno, sia da un punto di vista economico, poichè l’industria del riciclo genera un indotto pari a 23 miliardi di euro [1].
La pratica della raccolta differenziata dei singoli, tuttavia, non solo diventa di impatto irrilevante se non raggiunge una massa critica – cioè una fetta molto ampia della popolazione che la esegue puntigliosamente – ma viene anche neutralizzata negli effetti positivi se questa attitudine non trova un corrispettivo nelle pratiche eseguite ad un livello superiore dei privati cittadini, che sia quello
aziendale oppure quello statale.

Per quanto i cittadini siano determinati, nella loro sfera privata, a ridurre il loro impatto ambientale, poco potranno per spostare la bilancia della sostenibilità se, per esempio, non venissero opportunamente monitorati i livelli e le metodologie di smaltimento dei lubrificanti industriali [2], monitoraggio che per forza di cose deve essere eseguito dallo stato o da un ente delegato.
Esempio ulteriore è quello della questua da parte di un passante.

Io non sono la causa diretta di colui che mi sta chiedendo l’elemosina e non ne sono responsabile personalmente, anche nella misura in cui non posso essergli, nel mio camminare per strada, radicalmente di aiuto, poiché le sue necessità sono ben più profonde di una piccola somma di denaro. La responsabilità è, però, mia in quanto cittadino europeo e italiano, piccolo mattone di un’entità, l’Europa, lei sì direttamente responsabile.
Di conseguenza ciò significa che io debbo agire per rimediare a queste crisi come Comunità Europea, non solamente come individuo.

La buona pratica dei singoli, per essere efficace, deve quindi espandersi e coinvolgere orizzontalmente – sempre più cittadini devono fare la raccolta differenziata, e quest’ultimi devono riconoscersi moltitudine, comunità e come tali influenzare, fare pressione e portare le loro istanze alle strutture che stanno sopra di loro, politicamente ed economicamente.

L’atteggiamento virtuoso del singolo deve essere propedeutico a un cambiamento radicale collettivo.

Togliersi dalla testa questa dimensione dell’agire “al singolare” aiuta prima di tutto ad affrancarsi da un senso di colpa tanto sfuggente quanto velenoso: quello che scaturisce dal fallimento dovuto al ritenersi unici responsabili, e ancor più importante, essere unici risolutori possibili, del problema che si vuole affrontare.
Continuando a vedere i nostri tentativi fallire, (riprendendo l’esempio di prima, il questuante sarà nella stessa condizione il mattino seguente dopo aver concesso a lui due euro), ci avvieremo pericolosamente verso lo sconforto e il conseguente disimpegno: una soluzione non è stata trovata né una nuova verrà cercata o adottata.

Una delle cause che impedisce il passaggio dal restare solitari all’agire in gruppo, in maniera concertata, è riassunto nella frase “non sono bravo abbastanza”; frase insidiosa perché mischia a qualcosa di vero un prolungamento di falsità, rendendo anche la parte non vera credibile.
Nell’approcciarmi a scrivere questo articolo continuavo a ripetermi “non sono bravo”.
E in effetti non sono un giornalista, né ho un talento peculiare per la scrittura; ma per scrivere su un giornale universitario, con il principale obiettivo di aprire un sano confronto su temi non immediati o banali, per quello sono “abbastanza”.

Sotto le ipotesi di onestà intellettuale e di impiego delle proprie capacità di critica e autocritica, ognuno di noi è chiamato a dare il proprio contributo e a non squalificarsi in partenza.

Un esempio di tale atteggiamento partecipativo virtuoso è stato quello dei gruppi di indagine indipendenti del G8 di Genova.
Accomunati dalla convinzione che ingiustizia fosse stata fatta, senza particolari competenze ai blocchi di partenza, questa “comunità” ha incominciato a documentarsi, fare errori, confrontarsi e ad ottenere risultati.
Per fare un esempio soltanto – non per sminuire o semplificare il loro operato, ma anzi per invitare ad approfondire – tali gruppi riuscirono a dimostrare che la foto dell’appuntato e Carlo Giuliani con l’estintore in mano, usata dalla maggioranza dei giornali per riportare la notizia, falsava la prospettiva dell’accadimento, facendo risultare Giuliani molto più vicino alla camionetta di quanto fosse in realtà [3].

Questa è la foto tipicamente usata nei
giornali per descrivere il caso Giuliani

Stessi attimi, prospettiva differente:
si riesce a cogliere la distanza dalla jeep e la posizione non offensiva con cui teneva l’estintore

Questa presa di coscienza del pensare e agire collettivo è necessaria, ma purtroppo non sufficiente; scrivo financo un’ovvietà nel sottolineare che questa comunità bisogna anche farla funzionare.
Le differenze di vedute, o la semplice difficoltà ad organizzarsi, possono far naufragare qualsiasi progetto.
Su questo tema trovo che il principale ostacolo siano le mancanze del sistema scolastico.
La scuola italiana non fornisce sistematicamente strumenti utili a lavorare in gruppo, ma demanda la formazione di queste competenze e abilità alla buona iniziativa dei singoli insegnanti. Ma non solo; anche la scelta dei canali informativi e comunicativi gioca un ruolo cruciale. Strumenti quale Facebook o Twitter difficilmente permettono un sano scambio di opinioni che possa portare ad un compromesso che sia anche sintesi delle istanze riportate dai vari “fronti”.
O meglio, tali strumenti possono essere un fiume di informazioni ma se il greto, cioè i valori fondanti del gruppo/movimento, sono già stati posti. E questi atti fondativi, questa impalcatura che possa reggere tutti i successivi confronti, vanno ricercati primariamente nelle discussioni visu a visu, nelle piazze (o nelle aule).

Non nego che certe comunità possano nascere in maniera positiva direttamente su internet, ma sempre se riescono ad ancorarsi a valori e metodi messi a punto nel mondo reale. Un esempio di questo tipo di genesi feconda è la galassia facente capo a Giap, che ha partorito, tra gli altri, i collettivi Nicoletta Bourbaki e Alpinismo molotov, ma sempre grazie ai propri forti valori e metodologie.

Una volta stabilito un primo, anche faticoso, ma reale contatto, quanto si vuole portare avanti può realmente cominciare a crescere, dal basso verso l’alto.

Ritengo che questa pratica collettiva sia fondamentale per infrangere l’orizzonte delle possibilità che la nostra società ci impone, immaginare nuove prospettive e riuscire a concretizzarle. Dovremo noi per primi, senza aspettare che qualcun altro intervenga al posto nostro, reclutare la miglior ciurma possibile e prendere il largo, con tutti i rischi che ne conseguono.

 

Per approfondimenti ulteriori consigliamo la lettura del post e relativi commenti su:
www.wumingfoundation.com/giap/2012/07/tu-che-straparli-di-carlo-giuliani-conosci-lorrore-di-piazza-alimonda/,

consultato in data 4/11;

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