Viaggio in Giappone

Una terra di contraddizioni, un mondo da scoprire

di Filippo Martinelli

Scorcio della Kyoto tradizionale

Devo ammettere che, prima di partire per questo viaggio, non avessi ben chiaro a cosa stessi andando in contro. Sì sapevo che il Giappone è una delle grandi potenze economiche del mondo, luogo dove le persone adorano manga e anime (che a me personalmente non sono mai piaciuti) e che scrivono con degli strani caratteri incomprensibili.

In effetti non ricordo bene come mai ho optato per il Giappone visto che verso il mondo asiatico ho sempre dimostrato ben poco interesse e gli unici collegamenti che avevo con tale cultura era l’aver praticato per diversi anni un’arte marziale giapponese (che ho poi scoperto che là nessuno conosceva tra l’altro) e l’amore per il sushi.

La mie due motivazioni erano quindi “è un must see e visto che ho l’occasione, ci vado” e “mangerò tanto sushi”. E così sono partito verso il Paese del Sol Levante.

A tutti quelli che mi chiedono “Allora com’è stato il Giappone?” rispondo sempre “me l’aspettavo diverso”. Non intendo che non mi è piaciuto o che sono partito con delle aspettative troppo alte e ne sono rimasto deluso. Sono effettivamente andato con una certa (vaga) idea su quel paese che si è confermata quasi del tutto sbagliata.

Mi piace definire il Giappone come un ossimoro: un paese in cui coesistono cose che non ti aspetteresti.

La lingua è stato il mio primo motivo di grande sconcerto: sono partito carico di entusiasmo per questo exchange perché da lì a sei mesi avrei avuto la possibilità di parlare inglese e migliorare il mio speaking che è sempre stato un po’ carente. Già la prima sera però mi sono dovuto ricredere e ho capito che con l’inglese non sarei andato molto lontano. Ebbene sì, il giapponese medio non lo parla. Ma nemmeno lo studente medio riesce a reggere una normale conversazione in inglese. Riesci a farti capire, ma oltre non puoi spingerti perché, appena divaghi, lui impiega dieci minuti a formulare una frase in inglese e tu nel mentre hai completamente perso la voglia di chiacchierare.

Il Giappone è il mondo dove la tecnologia e le persone convivono allegramente: spesso da noi ci si chiede “i robot ci ruberanno il lavoro?”. I giapponesi sembrano invece non curarsi di questo problema e, anzi, pare abbiano un’avversione verso l’automatizzazione. Prima di partire mi immaginavo che il Giappone, paese dove hanno sede molte delle aziende più all’avanguardia del mondo, fosse un mondo completamente automatizzato, dove la presenza umana è ridotta allo stretto necessario. Invece è tutt’altro che automatizzato.

La tecnologia è presente, e in gran quantità (ovviamente tutto made in Japan), ma sempre gestita dall’uomo.

La metro non va da sola stile M5 a Milano. Anzi ci sono persino due guidatori per convoglio, uno davanti che guida e uno in fondo che scende per aprire le barriere e per dare l’ok al conducente di partire. Per molte delle cose che noi faremmo online (come ad esempio comprare i biglietti del treno), là si è costretti a passare per un ufficio o uno sportello. Ma non immaginatevi code infnite tipo Poste Italiane: una cosa che ho apprezzato di questo paese è l’efficienza. Non ho mai ben capito quale fosse il loro segreto, ma riescono sempre a gestire code infnite di persone in tempi relativamente brevi. E non perché cerchino di liquidarti in fretta o di trattarti freddamente per ridurre al minimo indispensabile il tempo di interazione. Anzi, dimostrano sempre grande attenzione, disponibilità e rispetto nei confronti del cliente. Semplicemente, sono molto efficienti.

Sempre per rimanere in tema, un altro epiteto con cui defnire il Giappone è il “paese delle fle”. Si vedono fle dappertutto. Sembra che i giapponesi abbiano una predisposizione naturale per mettersi in fla e avanzare in maniera ordinata. Alla banchina della metro, li vedi sempre uno dietro l’altro davanti alle porte del treno (ovviamente leggermente spostati di lato per lasciar scendere i passeggeri). Anche alla fermata del taxi o del bus ero solito vedere fle di venti o trenta giapponesi ad aspettare. Fuori da ogni ristorante a Tokyo o nelle grandi città, stessa situazione. Dopo l’ennesima attesa al ristorante, ho chiesto alla mia amica giapponese se non fossero stuf di far la fla ogni volta per mangiare. La sua risposta è stata:

“No, we like queuing. The queue means that the food is good”.

Giapponesi in fιla per entrare ad un tempio il primo giorno della nuova era.
La fιla era lunga circa 3 km.

Anche l’università a Tokyo mi ha lasciato alquanto sorpreso. Vista la fama dei giapponesi di essere grandi stacanovisti e di avere orari di lavoro disumani (mito che purtroppo non ho sfatato), mi aspettavo che l’università fosse più o meno uguale. In realtà, la vita era abbastanza rilassata (poi essendo abituato ai ritmi del Poli, per me è stata una vacanza). I corsi erano meno nozionistici, più applicativi. Per la maggior parte di loro non c’era l’esamone fnale, ma la valutazione si basava su homework o mini-test fatti di tanto in tanto. La vita universitaria poi era più o meno in stile americano: c’erano un sacco di associazioni studentesche di tutti i tipi, nei weekend si tenevano le partite di baseball o football contro le altre università, con le cheerleader che animavano i momenti di pausa. Insomma non si andava in università solo per le lezioni, ma anche per il piacere di farlo. Alla fιne la cosa più sorprendente di tutto questo viaggio è stato rendersi conto che si torna diversi da come si è partiti. Sono consapevole che questa è la frase più inflazionata per un’esperienza come la mia, ma mi sono anche reso conto che la capisce appieno soltanto quando si sperimenta veramente.

Il mondo asiatico per me è stata una piacevole scoperta e questa esperienza ha superato notevolmente le mie aspettative iniziali.

Destra: Dontonburi, quartiere della movida di Osaka
Sinistra: Tempio poco fuori da Tokyo e completamente immerso nella natura

Vivere in uno stato culturalmente distante dall’Europa, mi ha fatto capire che il mondo non è tutto occidentale ed è bello così. Quando sono arrivato continuavo a chiedermi perché si ostinassero ad usare quel loro alfabeto scomodo e incomprensibile e non adottassero il nostro alfabeto latino, molto più pratico.

Dopo un po’ ho capito che la presunta praticità derivava solo dal fatto che noi siamo abituati al nostro alfabeto e che il loro rappresentava un lato della loro cultura che li caratterizza ed è importante preservare

e comunque i loro caratteri da leggere sono più comodi ed immediati del nostro alfabeto. Per me quindi, ad un certo punto, la sfda è diventata ‘entrare’ quanto più a fondo nella loro mentalità e cercare di capire tutto di quel paese. Una delle grandi fortune che ho avuto da questo punto di vista, è stata trovare dei ragazzi giapponesi che parlavano inglese molto fluentemente e che mi hanno fatto scoprire quei lati della cultura che non trovi scritti sui libri e che da solo non noteresti mai.

Come dico sempre, il Giappone è stato bello, ma non ci vivrei mai.

L’esperienza mi è piaciuta e se tornassi indietro la rifarei cento volte. Sono cresciuto e sono diventato più consapevole di me, di quali sono le cose che mi piacciono e di quali invece mi disturbano, sia del loro mondo che del nostro. Forse è questa scoperta il più grande guadagno che mi porto dietro.

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