Al-Nakba: Una storia poco narrata

Come tanti miei coetanei, sono un assiduo lettore del giornale online The Vision, e alle volte mi capita di imbattermi in articoli che riescono a catturare la mia attenzione. Per esempio, tempo fa, in occasione della Giornata della Memoria, hanno pubblicato questo articolo che, sebbene un po’ flusso di coscienza, ha avuto il merito di introdurmi ad un argomento abbastanza ricorrente sui giornali, ma di cui ben poco sapevo circa le cause e il contesto storico che hanno portato alla situazione attuale. 

Parliamo di al-Nakba, “catastrofe”, termine con il quale i palestinesi indicano l’esilio senza ritorno dai loro territori, ossia l’esodo avvenuto durante la guerra civile del ‘47 — ‘48, scoppiata a seguito della fondazione dello Stato d’Israele. 

L’articolo che io ho letto fa partire la narrazione dal ‘48, ma ho scoperto che la storia comincia ben prima e affonda le radici nella situazione esistente in Palestina poco meno di un secolo fa quando era protettorato britannico.

Nel 1915 i britannici avevano promesso la Palestina agli arabi, in cambio dell’aiuto ricevuto contro l’impero Turco Ottomano con la Rivolta Araba. Alla fine della Grande Guerra, il regno britannico riceve dalla Società delle Nazioni il mandato sulla Palestina, con il compito di esercitare provvisoriamente assistenza amministrativa fino a quando la popolazione soggetta a mandato non fosse stata in grado di governarsi da sola.

Qui si ha una prima contraddizione: al termine della prima guerra mondiale, la Gran Bretagna (con la dichiarazione di Balfour) esprime l’intenzione di creare in Palestina un “focolare nazionale” (national home) che possa dare asilo non soltanto ai pochi ebrei di Palestina che già vi abitavano da secoli (Yishuv), ma anche agli ebrei dispersi nelle altre nazioni. In storiografia, la dichiarazione di Balfour costituisce il primo contatto di alto livello tra gli Inglesi e la leadership dell’Organizzazione Sionista [1], il cui referente era Lord Rothschild, ed è uno dei motivi per cui la posizione della Gran Bretagna si fa più ambigua.

Nonostante queste premesse, e nonostante l’opposizione della maggioranza araba al movimento sionista (vero promotore di uno stato ebraico in Palestina), la Gran Bretagna nel luglio del 1922 assume dalla Società delle Nazioni (antesignana dell’odierna ONU) il mandato sulla Palestina. 

Da quel momento si assiste ad un massiccio aumento della popolazione ebraica in Palestina [2], tramite un’immigrazione prima legale e poi, dopo il 1939 e le limitazioni imposte dal Libro Bianco, illegale. 

Gli arabo-palestinesi temono che questa massiccia immigrazione ebraica li riduca a minoranza in quello che ritengono il loro territorio, e questo, insieme alla reciproca intolleranza, fa degenerare la situazione in diverse rivolte generalizzate, in particolare nella grande rivolta araba del ‘36-’39, per cui i britannici si trovano a un certo punto costretti a limitare questo fenomeno migratorio, proprio attraverso il Libro Bianco [3]

Dopo i primi moti arabi, la leadership ebraica decide che i suoi insediamenti hanno bisogno di protezione: ciò determina la nascita delle prime milizie clandestine di auto-difesa degli ebrei di Palestina, la principale delle quali è l’Haganah (“difesa”). L’Haganah crescerà negli anni fino a diventare un vero e proprio esercito, contando tra le sue fila decine di migliaia di componenti effettivi. Secondo gli storici, l’esplodere delle rivolte risulta essere un momento cruciale che porterà la popolazione ebraico-palestinese a rendersi sempre più indipendente e in grado di auto-sostentarsi [4].

Arriviamo così a un punto di svolta nell’intera storia: la seconda guerra mondiale. In questo periodo la maggior parte dei gruppi ebraici si schierano, per ovvi motivi, con gli Alleati, mentre molti gruppi arabi guardano con interesse all’Asse, nella speranza che una sua vittoria serva a liberarli dalla presenza britannica. 

Al termine della seconda guerra mondiale, le Nazioni Unite nominano una commissione (UNSCOP) per gestire la situazione in Palestina, nel frattempo diventata sempre più instabile, e in previsione di crescenti flussi di immigrazione. Il suo scopo è quello di creare un Piano di Partizione della Palestina che serva a dare dei confini al suo territorio e risolva i conflitti fra arabi e israeliani. La soluzione che alla fine viene trovata, la Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è la creazione di due Stati divisi: uno ebraico e uno arabo, e Gerusalemme sotto controllo internazionale. 

Lo Stato ebraico proposto è, però, sensibilmente più ampio (56%) di quello arabo – anche se per larga parte è occupato dal territorio arido del deserto del Negev (40%). La parte essenziale delle terre costiere coltivabili sono comunque di pertinenza dello stato ebraico, al quale in totale viene assegnato circa il 55% del territorio totale, l’80% dei terreni coltivati e il 40% dell’industria della Palestina. 

I motivi che portano la commissione all’assegnazione della maggioranza del territorio ai coloni ebrei sono la previsione di una massiccia immigrazione dall’Europa da parte degli ebrei sfuggiti ai campi di sterminio nazisti, e la volontà di radunare sotto il futuro stato ebraico tutte le zone dove i coloni ebrei sono presenti in numero significativo (seppur nella maggior parte dei casi etnia di minoranza, come mostrato nelle figure [5]). Si viene così al paradosso per il quale tantissimi cittadini arabo-palestinesi si ritrovano cittadini di uno stato “straniero” soltanto perché una minoranza ebraica è presente nel proprio abitato. 

Com’è prevedibile, gran parte degli arabi che vivono in Palestina e la totalità degli Stati arabi già indipendenti respingono il Piano [6], mentre la maggioranza degli ebrei di Palestina accetta la partizione, e c’è addirittura opposizione da parte dei nazionalisti più accesi (tra cui coloro che diverranno i maggiori esponenti del futuro Likud [7]), che avrebbero voluto una Palestina indivisa, tutta per il popolo israeliano [8].

Grandi promotori della Risoluzione sono URSS (con la prospettiva di creare un nuovo Stato comunista) e USA. Questi ultimi subiscono forti pressioni dal movimento Sionista, a partire dal Partito Democratico [9], di cui fa parte l’allora presidente USA Truman, fino a giungere a esercitare pressioni su altri stati [10]. Ad esempio, la Francia viene minacciata di vedersi tagliare gli aiuti statunitensi per la ricostruzione se non vota a favore [11].

Per parte loro, gli Stati arabi (in particolare Egitto e Iraq) tentano di far valere il loro peso, minacciando da un lato di perseguitare o espellere gli ebrei dai loro territori, dall’altro di imporre embarghi o allinearsi col blocco sovietico [12].

La decisione delle Nazioni Unite passa comunque con larga maggioranza, e viene seguita da un’ondata di violenze senza precedenti, sia da parte dei gruppi militari e paramilitari sionisti, sia da parte dei gruppi paramilitari arabi. Il giorno seguente l’adozione da parte delle Nazioni Unite della Risoluzione 181, sette ebrei vengono uccisi da arabi in Palestina in tre separati incidenti: inizia ufficialmente così la guerra arabo-israeliana, al-Nakba.

Una volta ritiratisi i britannici, il Consiglio Nazionale Sionista dichiara costituito lo Stato Ebraico, e uno dei primi atti del neonato governo è quello di abrogare le limitazioni all’immigrazione imposte dai britannici. Dal canto loro, gli arabi palestinesi non proclamano il proprio stato e gli stati arabi cominciarono apertamente le ostilità contro Israele.

Da un lato, dunque, si rafforza la presenza armata araba in Palestina, ma dall’altro si va costituendo anche la forza militare d’Israele, grazie soprattutto all’apporto di una massiccia immigrazione, tra cui parecchi veterani di guerra. La grande forza militare dell’Haganah confluisce nell’esercito del nuovo stato, mentre altri gruppi paramilitari di matrice estremista vengono dissolti, come l’Irgun (definito dalle autorità della Gran Bretagna e dalla maggior parte delle stesse organizzazioni ebraiche come un’entità terroristica) che si trasforma in un partito politico, poi confluito nel Likud.

L’ONU si frappone come mediatore e nel 1949 Israele firma i primi armistizi e ritraccia i propri confini, arrivando a comprendere il 78% della Palestina mandataria, circa il 50% in più di quanto le concedeva il Piano di partizione dell’ONU (proprio quello votato dall’ONU un anno prima). Tali linee di cessate-il-fuoco diventano più tardi note come la “Green Line” (Linea Verde), mentre la Striscia di Gaza e la Cisgiordania vengono occupate rispettivamente da Egitto e Transgiordania. Da questo momento prenderanno forma quei confini che possiamo vedere ancora oggi.

Prima di iniziare a documentarmi per la stesura dell’articolo, ero partito da posizioni nettamente pro-Palestinesi: non credo si possa prescindere dal proprio lato umano che di per sé ci sprona a prendere le parti di un popolo che è innegabilmente inerme di fronte a un paese capace di una forza militare devastante come Israele. Ai giorni nostri difatti quando si parla di questione palestinese non si può non pensare subito ai continui attacchi da entrambe le parti (quelle separate dal muro nella foto). La cosa che secondo me maggiormente differenzia Israele dai palestinesi è che gli attacchi operati da organizzazioni palestinesi, come l’OLP e Hamas, sono di matrice terrorista, mentre nel primo caso si tratta di uno Stato democraticamente eletto e membro dell’ONU. 

Non posso dire che il lavoro che ho compiuto per questo articolo mi abbia fatto rivedere questa mia posizione, ma ha contribuito a minare alcune mie certezze, a rispondere ad alcuni dubbi e a farne nascere molti altri. La conclusione è che si tratta di una questione veramente complessa, e ciò che si può fare è parlarne, informarsi e soprattutto non smettere di farsi domande. Innanzitutto, domande sul perché sia una questione ancora irrisolta; sul perché tanta gente abbia tanto sofferto e ancora soffra, in particolare la popolazione araba costretta alla povertà e alla miseria, non soltanto nella striscia di Gaza in tutta la regione; sul perché due popoli possano arrivare a una tale escalation di odio e violenza, da spingere la più forte a innalzare arbitrariamente un muro per difendersi da eventuali attacchi terroristici [13]; sul perché pare ancora che nessuno faccia abbastanza per favorire l’unica soluzione possibile, cioè quella diplomatica. Io credo che una grande responsabilità sia delle nazioni occidentali, dell’ONU e in particolare degli Stati Uniti, come anche della lega araba che continua ad armare i gruppi terroristici. Ad oggi gli Stati Uniti sono il più grande paese che continua ad appoggiare le richieste e i soprusi di Israele, come l’occupazione violenta di suolo palestinese e la rivendicazione di Gerusalemme, nonostante tutte le decisioni contrarie del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Concludo con questa citazione dell’articolo iniziale:

La guerra civile, scoppiata in seguito all’adozione del piano e poi culminata nel conflitto tra Israele e la coalizione araba, costrinse un nuovo popolo a mettersi in marcia: quello palestinese. Sebbene la risoluzione 194 dell’11 dicembre 1948 garantisse il diritto dei profughi palestinesi a tornare nelle proprie case, al termine della guerra 800.000 palestinesi furono espulsi dalle proprie abitazioni e obbligati a lasciare la propria terra natia.

Tra gli altri, anche Demetrio Stratos degli Area (noto gruppo musicale della scena prog milanese degli anni ’70) ha raccontato con la propria arte e la sua voce eccezionale il conflitto israelo – palestinese nella Cantata Rossa per Tall El Zataar, dedicata all’omonimo massacro avvenuto in Libano nel 1976. Un altro meraviglioso esempio di pezzi di Stratos dedicati al tema è Luglio, agosto, settembre nero dedicato al tragico “Settembre Nero” verificatosi in Giordania nel 1970.

Un ringraziamento speciale – per il supporto e l’aiuto nella revisione – ad Ada Bacigalupo e ai miei genitori (che mi hanno peraltro fornito la foto del West Bank Barrier).

Note

^ [1] Mark Levene, The Balfour Declaration: A Case of Mistaken Identity, The English Historical Review, Vol. 107, No. 422 (Jan., 1992), pp. 54-77.

^ [2] Da poco più di 80’000 abitanti si passa ai circa 610’000 del 1947.

^ [3] British White Paper of 1939, Sezione II Immigration

^ [4] Benny Morris, Righteous Victims: A History of the Zionist-Arab Conflict, 1881-1998, Vintage Books, 2001, pag. 160

^ [5] United Nations Special Committee on Palestine: Report to the General Assembly: Volume 1, 1947, p. 51

^ [6] Contrari alla suddivisione del territorio e alla creazione di uno stato ebraico, fecero ricorso alla Corte internazionale di giustizia, ma questo fu respinto.

^ [7] Il partito, tra l’altro, dell’attuale premier israeliano “Bibi” Netanyahu.

^ [8] Palestine Inside Out: An Everyday Occupation, Saree Makdisi, Norton & Co, 2010, pag. 246

^ [9] John J. Mearsheimer, Stephen M. Walt, The Israel Lobby and US Foreign Policy, Penguin Books, 2008, p.371, n.8.

^ [10] Qui una analisi più dettagliata.

^ [11] James Barr, A Line in the Sand: Britain, France and the struggle that shaped the Middle East, Simon and Schuster, 2011, pag. 219-220

^ [12] Benny Morris, 1948: a history of the first Arab-Israeli war, Yale University Press, 2008, pagg. 61-62

^ [13] Quello stesso muro che si vede nella foto , e che, con i suoi 465 km di lunghezza (ad ora, ma arriverà a 730) invade parte dei territori palestinesi (vedi qui) e «separa comunità, l’accesso delle persone ai servizi, mezzi di sostentamento e servizi religiosi e culturali» (The Humanitarian Impact of the West Bank Barrier on Palestinian Communities, rapporto ONU del 2005).

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