Quanti assorbenti servono per accendere una lampadina?

di Giada Martinoia

“Cosa accadrebbe se all’improvviso, magicamente, gli uomini potessero avere le mestruazioni e le donne no? Le mestruazioni diventerebbero un evento maschile invidiabile, degno di orgoglio. Gli uomini si vanterebbero della loro durata e del loro flusso. I giovani ragazzi ne parlerebbero come l’inizio invidiato della virilità. Regali, cerimonie religiose, cene di famiglia e feste segnerebbero quel giorno. Il Congresso finanzierebbe l’Istituto Nazionale di Dismenorrea. Le forniture sanitarie sarebbero finanziate dal governo e gratuite.”

From taboo to activism – Hazel Mead

1986, USA: Gloria Steinem pubblica “Outrageous Acts and Everyday Rebellions” immaginando questo mondo alla rovescia, non senza una certa dose di ironia. Nell’ultima frase citata è stata in grado di racchiudere, e per questo la ringrazio, tutto quello che mi serve per iniziare a riflettere sulla questione. Se non fosse ancora chiaro, infatti, l’intento di questo articolo è di convincere il maggior numero di persone di quanto sia ingiusta e allo stesso tempo invisibile la Tampon Tax, ossia la tassazione di assorbenti e altri prodotti per l’igiene intima mestruali al pari di un qualsiasi altro bene non necessario, o di lusso come spesso si dice. Come se avere le mestruazioni fosse un lusso.

Partiamo dalle origini: questa battaglia di diritti nasce nel 2004 in Kenya, dove il governo, per contrastare l’abbandono scolastico dovuto all’impossibilità di andare a scuola nei giorni del ciclo, riduce significativamente l’imposta fiscale sugli assorbenti, fino ad annullarla completamente nel 2011. Negli anni successivi molti Paesi seguono queste orme, principalmente diminuendo la tampon tax: Regno Unito, Canada, Francia, Stato di New York, l’Illinois, India, Australia, Sudafrica, Colombia, Malesia… è chiaro che la campagna ha raggiunto i cinque continenti.

Dataroom del Corriere della Sera

Purtroppo, in Italia la cassa di risonanza della questione non è ancora diventata paragonabile ai paesi citati, dove evidentemente si stanno muovendo sempre più donne e uomini in suo favore. Non perché questi ultimi abbiano le mestruazioni, come immaginava la Steinem, ma perché probabilmente alcuni di loro hanno realizzato che gli assorbenti dovrebbero essere tassati come un bene di prima necessità, esattamente come lo sono pane, latte, carta igienica, libri, giornali, occhiali e lamette da barba.

Per chi come me prima d’imbattermi nell’argomento non avesse la minima idea di come sia classificata l’imposta in Italia, riporto quanto scritto nella Dataroom del Corriere della Sera, redatta da Milena Gabanelli: “L’IVA (Imposta sul Valore Aggiunto), applicata sui prodotti di largo consumo, è stabilita per legge. La tassa ricade interamente sul consumatore finale. La classificazione dei prodotti in commercio in Italia suddivisa per fasce di imposta dipende da un Decreto del Presidente della Repubblica del 1972. La norma indica i beni che possono essere considerati imprescindibili o essenziali a una tassazione agevolata. Lasciando che ogni altro prodotto rientri nel più ampio calderone con l’Iva al 22%.”

Ricapitolando: sul consumatore gravano in forma ridotta le aliquote sui beni di prima necessità (quelli che ho elencato nel paragrafo precedente) e grava la massima imposta su beni di lusso, automobili, tecnologia, abbigliamento e… assorbenti. Non so voi, ma quando per la prima volta ho realizzato questo fatto, ho pensato: ma chi diavolo ce li ha messi lì?

A me pare così ovvio, limpido, chiaro come la luce del sole, che gli assorbenti siano una necessità di base, come lo sono la carta igienica e l’acqua. Cercherò però di spiegare la cosa nel modo più obiettivo possibile. Sto parlando di quei dispositivi prodotti con le ali e senza ali, interni o esterni, per il giorno o per la notte, di cotone o più spesso di composizione ignota, al profumo di lavanda, muschio bianco, fiori d’avorio, dedicati alla mamma, alla zia e a soreta.

Assorbenti con tante caratteristiche che ormai ti sembra di acquistare un accessorio da abbinare all’outfit da aperitivo. Ma lo ripeto ancora una volta, perché repetita iuvant: non stiamo parlando di un accessorio. Non c’è donna al mondo in grado di scegliere di non avere le mestruazioni con la sola propria forza di volontà.

Dal 2007, perfino le norme europee si sono aggiornate in merito alla questione, permettendo agli Stati membri di ridurre l’IVA applicata ai prodotti igienici femminili. Per chi se ne fosse accorto, dall’1 gennaio 2020 in Italia l’aliquota IVA è stata ridotta al 5% per i prodotti per l’igiene intima biodegradabili, compostabili o lavabili e per le coppette mestruali. Vittoria epocale, annunci trionfali sui social media. Decido volontariamente di tralasciare l’ondata di commenti sessisti contro la proposta del governo e proseguo chiedendomi che cosa sia successo.

Ogni anno in Italia vengono venduti 2,6 miliardi di salviettine igieniche di ogni tipologia, ma secondo i dati forniti dall’associazione ginecologi AOGOI (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani), i prodotti su cui è stata ridotta l’IVA rappresentano meno dell’1% del totale. Inoltre, tali prodotti risultano piuttosto difficili da trovare, come ben analizzato da un articolo di Silvia Bia sul Fatto quotidiano.

In conclusione, la proposta è pari a una singola definizione di tutto il vocabolario che c’è da scrivere in merito. Moltissime associazioni italiane a favore della campagna hanno evidenziato questo aspetto e molti hanno risposto dicendo che non si può essere in piazza a manifestare contro l’inquinamento il giorno prima e sostenere il giorno dopo maggiore fruibilità di tutti i tipi di assorbenti.

Molti, tra cui anche qualche deputato, hanno sostenuto che dovremmo imparare a utilizzare di più le coppette mestruali e gli assorbenti lavabili, se davvero ci teniamo alla causa e all’ambiente.

Punto primo: nessuno ha il diritto di dire una parola sulla gestione dell’involontaria fuoriuscita di fluidi corporei di qualcun altro. Scusate la brutalità, ma farei notare a queste persone che cerotti, fazzoletti e carta igienica hanno un’aliquota ridotta.

Punto secondo: nessuna di noi sarebbe comunque salva dall’imbarazzo della situazione di eventuale “sovraccarico”, per essere delicata, dei dispositivi citati.

In assenza di amiche a cui chiedere un assorbente, più o meno gli eventi seguono il seguente flusso, per stare in tema: si corre al bagno pregando da un lato di non aver già sporcato i pantaloni e dall’altro che la carta igienica non sia finita. Si fabbrica con quest’ultima l’assorbente più incapace di sempre, raccogliendo le abilità di bricolage sviluppate con la nonna e rimanendo comunque coscienti del fatto che l’ora successiva sarà un incubo.

Mediamente il pensiero nella testa di tutte è una frase tipo “Dea del mestruo, ti prego, fa che io oggi non mi sporchi”.

Ragazze se non vi è mai successo nella vita, beate voi.

Dunque? Povere donne, creature traumatizzate dal proprio corpo che ricorrono ai prodotti più facilmente reperibili sul mercato perché non hanno sufficientemente a cuore l’ambiente. Gloria Steinem direbbe che queste creature vivono in un mondo in cui sono le donne ad avere il ciclo ma sono gli uomini a fare le leggi. Anche le scoperte scientifiche sull’anatomia femminile, le quali testimoniano che le mestruazioni sono una cosa naturale e in quanto tale non dovrebbero essere fonte di discriminazione, vergogna e disagi per metà o più degli umani di questa terra, sono opera di uomini. Se ci fosse stato un briciolo di coerenza tra politica e scienza, se si fosse considerata con serietà la parità di genere negli anni ‘70, perché di questo stiamo parlando, allora quando le imposte sulle lamette da barba e sulla carta igienica furono ridotte al 4%, lo stesso sarebbe dovuto avvenire per gli assorbenti.

Un commento radicale sosterrebbe ora che “la logica non ha nulla a che fare con l’oppressione”: gli uomini erano nell’Italia degli anni ‘70 dotati di molto più potere decisionale rispetto alle donne in ogni organismo politico. Perfino oggi generalmente gli uomini non capiscono che cosa siano le mestruazioni o, se anche lo sanno, non gli importa che gli assorbenti siano necessità biologiche. Le percezioni maschili delle mestruazioni non sono basate sulla realtà del corpo femminile e in certi casi sembrano consistere nel terrore di un’inondazione di proporzioni bibliche. Come riporta Bridget J. Crawford in “Tampon Taxes, Discrimination and Human Rights”, un certo grado di ignoranza e disagio riguardo il corpo femminile lo hanno dimostrato gli ingegneri della NASA quando hanno chiesto a Sally Ride, la prima astronauta donna, se un centinaio di assorbenti fossero sufficienti per la sua settimana di viaggio nella capsula spaziale.

Aneddoti a parte, sarebbe troppo facile biasimare l’attuale errore legale di classificazione dei prodotti dell’igiene mestruale considerando che gli uomini hanno fatto le leggi. Per due motivi. In primo luogo perché la confusione e il disinteresse maschile per un fenomeno biologico di così grande rilievo nella normalità femminile è molto comune anche nelle donne, perfino oggi. Per i più curiosi, l’origine di tali percezioni è da ricercare nei secoli che vanno dal XVI al XVII, in cui gradualmente un certo numero di regole venne introdotto nell’educazione: “entrambi i sessi” sempre citando Crawford “debbono essere in grado di controllare le proprie maniere e le proprie funzioni naturali, quali tossire, starnutire, recarsi alla toilette e simili. Ovviamente un adulto che non è in grado di controllare i propri fluidi non può che essere incapace ed è quindi considerato inferiore”. Sai che novità a quei tempi.

In secondo luogo, proprio perché non viviamo nel diciassettesimo secolo, noi donne avremmo almeno dovuto tentare di portare la questione ai più alti livelli politici già da un decennio. Magari anche con l’aiuto di qualche uomo, dopo avergli assicurato di essere ben lontane dal possedere la capacità d’inondare una stanza. Non è ignorando il problema che ogni donna potrà comprare gli assorbenti con aliquota ridotta. Non è ignorando il problema che ogni donna potrà permettersi di dimenticarsi per una volta l’assorbente di scorta, senza doverlo chiedere a sconosciute o addirittura fabbricarselo con la carta igienica… sempre se n’è rimasta. Se non fossi ancora riuscita a convincerti, c’è solo un’ultima cosa che posso fare, cioè invitarti a informarti e parlarne. Pensare che l’Italia sarebbe un paese più equo se la tampon tax venisse ridotta dovrebbe essere normale, quantomeno per metà della popolazione italiana.




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