Cronache di uno stupro

di Angelo Boglione

Una serata come le altre. Anzi, meglio delle altre: il condominio si riunisce a cena, lieto evento di socializzazione.

Verso la fine del pasto, senza curarsi di avere l’attenzione di tutti e guardando nessuno in particolare, Rachele racconta la sua storia. Racconta di aver lavorato come cameriera al bar sotto casa; un lavoro duro, ma a lei necessario. Riesce a trovare un impiego migliore, cambia casa e lascia il nostro condominio. Capita che una sera è emotivamente affranta – il ragazzo l’ha lasciata – e torna nel bar in cui ha lavorato. Il barista, ex collega di lavoro, inizia a offrirle da bere. Ai tempi le sue avances avevano ricevuto un chiaro, inequivocabile diniego. Rachele continua a bere, o così suppone, perché non ricorda tutto, no, non in modo chiaro. Ricorda però di essersi sentita male e che l’ex collega l’ha portata in bagno: ha abusato sessualmente di lei. È uno stupro. “Ecco perché avevi citofonato alle quattro di notte!”” Sì”. Il suo viso perde una gradazione di tensione, un passo importante deve essere avvenuto. Racconta di aver pensato a un processo d’accusa. Gli estremi vi erano tutti, poiché il consenso non c’era stato ed eventuali esami tossicologici avrebbero, senza dubbio, provato la sua incapacità momentanea. E non lo avrebbe fatto per sé, no. Per lei era stato già un indicibile trauma, superato grazie alla sua forza di volontà e alle persone che le erano state vicine. Lo avrebbe fatto per le altre. Le potenziali vittime che potrebbero subire la medesima violenza. E che forse, grazie al suo intervento, si potrebbero salvare. Ma così non è stato, un’accusa non è stata portata avanti.

La vita è feroce: bisogna mettere insieme i cocci e trovare un altro lavoro. Correre. Sopravvivere. E tornare a contemplare la voragine dentro di sé è insostenibile, non in queste condizioni. Rachele ha raccontato la sua storia

Siamo disorientati, comprendiamo l’importanza e la sofferenza della confessione che ci è stata affidata, ma non sappiamo come muoverci oltre. Il tempo passa, senza una vera e propria rielaborazione ci facciamo testimoni di quanto raccontatoci nella maniera più semplice possibile: a chi ci fa i complimenti per la bellezza del condominio, della zona e soprattutto di quel bel bar sotto casa, narriamo semplicemente quello che sappiamo. In maniera diretta, asciutta, senza nasconderci ma faticando di volta in volta a dire: “uno stupro è avvenuto”. E di persona in persona ci si scambia opinioni e si affronta, in obliquo, il tema. Fino a quando:” Zio! La mia ex-ragazza e una sua amica sono andate in quel pub: appena entrate arrivano al tavolo due birre offerte dalla casa. Le consumano e se ne vanno. Non avevano bevuto nient’altro ed erano a stomaco pieno, ma nonostante ciò si sono sentite malissimo. Si sentivano il cervello completamente slogato. Non poteva essere solo l’alcol delle birre”.

Un interruttore deflagra in noi. Il cuneo che fino a quel momento raschiava la nostra coscienza affonda appieno dentro la nostra consapevolezza. Ci si palesa tutta l’infamia del gesto compiuto.

Perché uno stupro colpisce due volte: la prima durante la perpetrazione dell’atto, la seconda attraverso una miasmatica mistura di sensi di colpa e pressione sociale. Una pressione che raramente porta ad affrontare il torto subito nelle preposte sedi – quelle dei tribunali – proprio per il timore di finire di nuovo sotto accusa e di sottoporsi nuovamente a un’ingiusta sofferenza. E questa pressione l’abbiamo subita anche noi, semplici testimoni indiretti, minimamente coinvolti. L’abbiamo subita nel cercare di esprimerci, quando un venefico e mendace senso del pudore ci impediva di usare le corrette parole. Stupro. Violenza sessuale. Abuso. Ci sembravano parole proibite, sbagliate e volgari, laddove erano semplicemente quelle necessarie. Premettevamo fin da subito, senza neanche ce lo chiedessero, che la notizia era di prima mano, che in prima persona avevamo raccolto la testimonianza della violenza. Ci sentivamo come a raccontare il non-vero, un incubo inventato. Un’insidiosa nebbia ci ostacolava la via del giusto cammino: aiutare Rachele a denunciare. Ma come un sasso che inizia a rotolare abbiamo preso forza e così abbiamo chiesto aiuto per aiutare. Per tentativi, chiamate ed errori abbiamo capito che l’organizzazione migliore a cui rivolgersi era la “Casa delle donne di Milano”, istituto in grado di offrire il sostegno necessario, legale e psicologico, per casi come questo. Non sappiamo se abbiamo trovato le parole giuste per narrare questa storia, sappiamo solo che doveva essere raccontata.

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