Commedia in tre fermi

di Angelo Boglione


Porto antico, Genova. I giochi della mia infanzia.


Ho passato i miei pomeriggi in questo posto dai due ai dodici anni: l’edificio retrostante è il mio asilo nido e la zona expo è una delle poche in piano dove poter giocare dell’intero quartiere. In realtà in quell’edificio ho anche preso botte per due intensi mesi della mia vita. Mia madre[1] mi aveva iscritto a sette anni a un corso di lotta libera. Per fortuna mi sono rotto un braccio in tempi brevi e sono evaso.

Quella sera, oltre il nastro rosso buttato a caso, a rendere il luogo ancora più ostile e alieno ci ha pensato la volante dei carabinieri. Mi ha seguito per un po’. Quando mi sono fermato per scattare la foto a questo preciso soggetto, un barbuto e pelato ufficiale dei carabinieri[2] mi ha intimato di togliermi le cuffie. Ascoltavo ‘Lead poisoning’ di Tom Morello[3][4].

• Lei lo sa cosa sta facendo qua in giro?
• Sì: corro.
• Quale è il suo domicilio?
• PIAZZA… DE… MARINI… UNO, qua dietro.
• So dove è. Senta lei al porto non ci può andare. Deve rimanere vicino a casa.
• Ma sono vicino a casa.
• Non faccia storie, in questa situazione ci vuole buon senso da entrambe le parti. Se tutti andassero a correre sarebbe un macello. Non mi faccia fare un verbale da 400€. Lei al porto non ci può andare.
• Grazie agente, buonasera e buon lavoro.

Ho continuato a correre, rimbalzando angustamente avanti e indietro, sempre più vicino a casa. Si avvicina una volante della guardia di finanza. Mi taglia la strada e dal posto del passeggero un uomo grigio, mascherina munito, mi chiede:

• Ma lei lo sa cosa sta facendo con quello che c’è in giro?
• Sì: corro.
• Domicilio?
• Piazzademariniuno, se gira quest’ angolo vede il palazzo. È giallo.
• Lei non può correre qua.
• Mi scusi: ma sono vicino a casa. Inoltre i suoi colleghi carabinieri, che mi hanno fermato là, mi hanno detto che qua posso correre.
• No, lei qua non può correre. Arenili e zone balneari sono precluse.
• Quindi per questa zona valgono regole supplettive?[5] Mi faccia capire: al di là della sopraelevata posso correre?
• Senta lei qua non può correre. Mi dia il documento.
• Non lo ho.
• Perché?
• Beh, perché non ho le tasche nei pantaloni e perché non è obbligatorio averlo.
• Certo che è obbligatorio.
• È obbligatorio declinare le proprie generalità, cosa che non mi sono mai rifiutato di fare, non essere sprovvisti di documento[6]. • E dove lo ha letto?
• Su internet.
• Lasci stare internet: guardi che la posso portare in caserma per accertamenti.
• Capisco agente. Se vuole portarmi in caserma mi ci porti, mi fido del suo giudizio: è lei la forza dell’ordine.
• Lei qua non può stare: vada a correre di là.
• [inchino] Grazie agente, buonasera e buon lavoro.

Continuo a correre per mezz’ora, un ritmo sostenuto ma decisamente non eccelso. Viste le ristrettezze spaziali però, mi ritrovo a girare intorno a due macchine della guardia di finanza, con relativi finanziatori assembrati. Devo aver fatto il giro intorno a loro almeno otto volte e sono abbastanza sicuro mi abbiano visto, perché avevo un’oscena felpa ciano, satura come un pugno nello stomaco. Oramai stanco e prossimo al ritiro, mi fermo e faccio una foto alla piazza. Decisamente, le fdo sono parte e causa primaria dello stravolgimento di quel luogo, e rientrano perfettamente nella cornice di senso che la foto vorrebbe avere. Tempo trenta secondi di jogging rilassato e un’auto della guardia di finanza tira un’importante frenata, a metà strada tra le mie gambe e un pilone di cemento armato.

• [poliziotto cattivo[7], fuoricampo] Adesso questo capisce con chi ha a che fare.
• [polizioto buono[8]] Buongiorno, si sente bene?[9]
• Sì grazie. È solo un po’ di asma da sforzo, per la corsa.
• E lei, con tutto quello che succede e con l’asma, in queste condizioni, lei va a correre?
• Sì.
• Domicilio?
• Beh, come ho detto al suo collega… ehm… lei, giusto? Hanno tutti la mascherina e non vorrei confonderli. Dicevo, abito in quella casa, si vede il terrazzo. Piazza-de-marini-uno. Se guarda bene riesce a vederla. È gialla.
• Lei ci ha fatto delle foto.
• No.
• Sì, ci ha fatto le foto. Ci dia il cellulare e le elimini.
• No, agente, non le do il mio cellulare.
• Mi dimostri che non ha foto nostre.
• Mi scusi agente, al massimo è lei che deve dimostrare che io ho delle sue foto. Esiste la presunzione di non colpevolezza.
• La possiamo portare in caserma. Lei può stare in caserma per dodici ore.
• Se lei lo ritiene opportuno mi può sequestrare il cellulare. Chiede alla polizia postale e ottiene quanto di dovere. Io di mia sponte non glielo consegno.
• Lei lo sa quanto dista casa sua?
• Non saprei agente.
• Su forza, me lo dica.
• Mah, così, una stima eh… non sono bravo… direi… al massimo duecento.
• Cosa?
• Metri.
• Questo ha letto.
• Vabbeneallorafacciamocosì: io cammino sino a là e verifico se sono duecento metri, va bene?
• Va bene.
• …
• …
• Documenti?
• Non li ho.
• Come non li ha? È obbligatorio. La possiamo portare in caserma.
• Come ho spiegato al suo collega, mi fido del suo giudizio e se vuole le declino le mie generalità.
• E come faccio a sapere se dice il vero? Ci vuole il documento.
• Le dico la verità. È come l’autocertificazione, se vuole fa accertamenti in un secondo momento e se ho mentito mi persegue penalmente.
• Ma se io dicessi che mi chiamo Mario Rossi, come farebbe a saperlo?
• Mi fiderei. È una forza dell’ordine.
• No, intendevo, se lo dicesse lei?
• Io non ho mai detto di chiamarmi Mario Rossi.
• …
• …
• Ha dei familiari che possano portarle i documenti?
• Sì.
• Li chiami.
• Va bene.
• …
• …
• …
• Che cosa fanno i suoi genitori?
• Mia madre… artigiano. Mio padre… … avvocato.
• Ah.
• Già.
• Lei da quanto vive là?
• Allora: ho la residenza a Genova da 22 anni, dal duemilaesedici ho il domicilio a Milano, perché studio là.
• Ah. E perché se lei vive qua da sempre ha voluto fare una foto a questo posto?
• Stiamo facendo un reportage fotografico. Il soggetto sono i posti di casa, che un tempo era nostri, ci erano familiari, e che ora, per tutto quello che lei può intuire essere successo, sono a noi estranei.
• …
• …
• Quello è suo padre?
• Non so, non ho gli occhiali. Ha i capelli grigi?
• Sì.
• Allora probabilmente è lui.

Come è come non è, han verificato che dicessi il vero. Che mi chiamassi boglione angelo eccetteraecceterone. Han provato a compilare un non so quale modulo sul loro ipad. Modulo che non avevano idea di come si compilasse, perché il cazzabubbolo continuava a gemere un ‘compilare tutto il modulo’. Han provato a farmi la ramanzina, dicendo che non mi volevano fare la ramanzina. Parlando, amichevolmente, con mio padre si dicevano dispiaciuti che non fossi stato più gentile. Ci han tenuto a dirmi che sarei potuto essere loro figlio, anche se loro di figli ne avevano di più piccoli.

• Buonasera agenti, e buon lavoro.

Genova, città medaglia d’oro al valor militare

Tutto quello che è stato scritto è frutto di esperienze personali e nulla è stato inventato. Ma davvero, nulla. Ho cercato in tutti i modi di riportare quello che ho vissuto. Stessi giri di parole.

Gesù, è stato più surreale di quella volta che mi ha chiamato mio nonno e “Pronto, chi parla?” “Angelo” “eh, sì, chi parla?” “Angelo Boglione!” “Eh, appunto! con chi parlo!?”








Note
^ [1] Dopo quell’episodio capì perché suo marito mi chiamava ‘Sgorbiattolo’, efficace crasi di scoiattolo, cerbiatto e sgorbio.
^ [2] Immaginatevi Kratos di God of War (cit. Zerocalcare).
^ [3] Qui il video.
^ [4] Qui il testo.
^ [5] Sono persuaso che sia stata la parola ‘supplettive’ a farlo incazzare.
^ [6] Qua la mia fonte che mi ha fatto parlare così: non esattamente una laurea in giurisprudenza, ma quello avevo sottomano.
^ [7] Le forze dell’ordine hanno l’obbligo di identificarsi nel caso in cui siano in borghese, ma non se sono in divisa. Ho dovuto pertanto usare degli alias.
^ [8] Credo in ogni caso si chiamasse ‘Enzo’.
^ [9] In effetti quando corro con l’asma sembro prossimo all’infarto.




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