Bojack Horseman: chi è il colpevole?

di Marco Barbaro

Negli anni ‘90 andava in onda Horsin’ Around, una family sitcom melensa e holliwoodiana su un cavallo e i suoi tre figli adottivi, che giornalmente ci insegnava a fronteggiare gli ostacoli, saltando con tutti noi stessi per superarli. Fast forward di circa trent’anni e il suo attore protagonista, BoJack Horseman, non ha ancora colto questo insegnamento, nonostante passi le sue giornate a riguardare gli episodi del suo show. In effetti dalla fine di Horsin’ Around, BoJack non ha fatto nulla di produttivo, ma conta di cambiare le cose con l’autobiografia che sta scrivendo per una casa editrice in rovina… letteralmente, gli uffici sono fatiscenti. Peccato che, come detto, non lo stia facendo affatto, perché that’s too much, man.

Gli viene quindi affiancata una ghost writer, Diane Nguyen, ragazza così ricca di contraddizioni che descriverla brevemente è impossibile, a cui un po’ riluttante comincia a raccontare la sua storia. Così si apre BoJack Horseman, una serie animata statunitense, creata da Raphael Bob-Waksberg e disegnata dalla sua compagna di scuola e fumettista Lisa Hanawalt (grazie Wikipedia), che nelle sue sei stagioni racconta, con grande umorismo, brillantezza e maturità, di un mondo in cui esseri umani e animali antropomorfi convivono, satirizzando su una Hollywood sgargiante e spietata, e sul culto della notorietà che, nella società bojackiana come nella nostra, smuove gli animi e indirizza le masse. Il vero fulcro della serie, comunque, si poggia sull’evoluzione dei personaggi, e del protagonista in particolare: BoJack è un’egocentrico, mercantesco, subdolo, codardo cavallo col vizio di crogiolarsi nella sua depressione (e dell’alcol), che scarica le sue mancanze sulle contingenze della sua vita: da suo padre proviene la sua superbia, da sua madre la tendenza a bastonare gli altri con i sensi di colpa, dal fallimento della sua carriera l’attaccamento morboso verso il passato, e via dicendo.

Ciò di cui non si rende conto, però, è che se anche la colpa del suo stare male può effettivamente essere ricondotta a migliaia di fattori fuori di lui, la responsabilità di stare bene è tutta sua. Ed è questo ciò che lui vorrebbe, stare bene, come in Horsin’ Around, ma non ha capito che qui le vicende non si risolvono da sole in ventidue sitcomodi minuti, c’è bisogno di responsabilità. BoJack, al contrario, aspetta karmicamente che ciò che gli è stato sottratto gli venga restituito, e mentre cammina pigramente attraverso i suoi anni punta il dito contro gli ostacoli che gli si parano davanti, dimenticandosi anche solo di provare a saltarli.

Finita, come da contratto, la parte spoiler free (e per chi non ha visto la serie, andatelo a farlo e poi tornate, tanto da qui in poi capireste poco), mi getterei direttamente sul cuore della questione: chi è colpevole? Parlo della serie, ma non solo, parlo anche in generale: quello che ci succede è colpa nostra? Vi dico subito, e vi avevo avvisato degli spoiler, che una risposta io non ve la posso dare. Ciò che posso fare è spostare i riflettori su ciò che questa serie ha da mostrarci al riguardo, e partirei dalla battuta più celebre dello zio Ben (ma che c’entra? Eddai, fidatevi un attimo): da grandi responsabilità deriva un grande potere… Ehm almeno credo che sia questa. Più ci accolliamo la responsabilità delle cose che ci succedono, più potere abbiamo di cambiarle a nostro piacimento.

Responsabilità, in effetti, vuol dire rispondere, vuol dire riconoscere che l’unica cosa su cui abbiamo influenza sono le nostre azioni, e che noi siamo gli unici ad avere questa influenza. È un atto faticoso e spesso non gratificante come vorremmo, ma è l’unico apice del nostro agire. Con questo in mente, torniamo ai cavalli. La prima storia che vorrei raccontarvi è quella di Secretariat, cavallo da corsa suicida, dal manto rosso e gli zoccoli veloci.

L’idolo dell’infanzia di BoJack a cui egli scrisse anche una lettera per una trasmissione televisiva: «What do you do when you get sad?» Ed è ironico che un litigio dei genitori di BoJack nella stanza accanto gli impedisca di sentire la risposta:

«BoJack, when I was your age I got sad. A lot. But one day I started running, and that seemed to make sense, so then I just kept running. Don’t you stop running and don’t you ever look behind you. There’s nothing for you behind you, all that exist is ahead».

Ed è ancora più ironico che decenni dopo BoJack si ritrovi a recitare la parte di Secretariat nel film sulla sua vita, nonostante non ne abbia mai recepito i principi. La tristezza di cui parla infantilmente BoJack, che Sartre chiamerebbe nausea (e se c’è qualcuno che ne capisce veramente di filosofia ora mi vorrà bastonare, ma vi prego di aspettare un attimo), è il sintomo di un malessere molto ampio e profondo che egli prova da sempre, un sentimento connaturato all’uomo, e tanto struggente nella sua incessantezza ed inspiegabiltà, quanto fondamentale per ogni percorso di crescita. Essa infatti fornisce un fastidioso sottofondo che ci fa capire che qualcosa non va, uno stimolo, il più semplice di tutto: stiamo male, e che invece vogliamo stare bene.

La via con cui raggiungere questo obiettivo però, è lunga e impervia e soprattutto non è affatto chiaro quale sia. Ma Secretariat ci dà un ottimo suggerimento: corri.


«Tutto ciò che mi accade è mio», scrive Sartre ne “L’essere e il nulla”: l’unico comportamento che ci permette di tirare fuori la testa da questa melma è la libertà, la responsabilità, o in termini equini, la corsa. Quella della corsa è un’immagine che tornerà spesso, quindi non ve la scordate, come tornerà anche l’idea del non guardare indietro, che non è da intendere come un “non riflettere sull’accaduto”, dal passato si può apprendere moltissimo. Ma il passato non si può cambiare. Girarsi per verso gli ostacoli che abbiamo buttato giù non ha aiutato mai nessun atleta, e non aiuterà di certo noi. Al contrario, è il focus verso gli ostacoli che devono ancora arrivare che ci permette di superarli, e di mettere in pratica il nostro potere, la nostra responsabilità.


Facendo un salto degno di Andrew Howe ci spostiamo in avanti di quasi due stagioni per parlare di un altro personaggio chiave, era lì sul set di Horsin’ Around, per poi passare dai palchi più grandi e dalle copertine più patinate, ed infine la troviamo nella sua casa letteralmente fatta di droga, in attesa di poter interrompere la farsa della sua sobrietà. Sì, sto parlando di Sarah Lynn. Sarah Lynn era la piccola Sabrina in Horsin’Around, con l’ingenuo sogno di diventare un architetto, ma con un futuro progettato per lei probabilmente prima ancora della sua nascita: un fiore sbocciato alla luce dei riflettori e alla brezza dell’aria condizionata. La sua testimonianza mette in luce un’altra tematica, molto ampia e complessa, cioè quella della responsabilità in un contesto in cui le nostre azioni sono imposte dall’esterno: che sia in un determinismo ontologico, o solo de facto (come nel caso di Sarah Lynn), se non abbiamo scelta, non abbiamo responsabilità.

Ora, non ho la pretesa di sciogliere la diatriba sul determinismo in queste pagine, ma scendendo dal piano metafisico e calandoci un po’ più in quello sociale, si può dire che immaginarci incapaci di prendere decisioni non funziona. Ed è così che (idealmente) si regola la società, non con quello che è vero, né con quello che è giusto, ma con quello che funziona per farci essere utili e produttivi, per farci vivere sereni, per farci sentire accettati, tutelati, stimolati, partecipi, liberi. Darci le responsabilità delle nostre azioni ci rende liberi, in quanto ci sradica dalla mentalità deterministica, e ci fa diventare soggetti delle nostre esperienze, dandoci il potere di salire sopra le circostanze.

Al contrario, privarci di essa vuol dire fare a meno di una grossa parte della nostra identità, in quanto rinunceremmo al merito di ogni successo e fallimento, ammettendo di essere solo il risultato delle contingenze. Anche l’ultimo dialogo tra Sarah Lynn e BoJack può essere visto in quest’ottica: «We are not doomed», dice lui. Non siamo spacciati, o, letteralmente, non siamo destinati. A niente. E per quanto nichilistica, questa interpretazione ha in sé un significato molto positivo: se la nostra vita non è un disegno di un qualche architetto intelligente, se non ha, quindi, valore in sé, possiamo essere noi gli architetti e progettare la nostra esistenza attribuendole il valore che vogliamo o di cui sentiamo il bisogno (a tal proposito vi consiglio di vedere Optimistic Nihilism di Kurzgesagt). Ricollegandomi al Sartre di cui sopra, «l’uomo è condannato ad essere libero», ed io aggiungerei, per fortuna. Probabilmente sto dando alle parole di BoJack un significato del tutto fuori dal personaggio, ma a conti fatti questo è il mio articolo, non il suo.

«The only thing that matters is right now, this moment, this one spectacular moment we are sharing together. Right Sarah Lynn? Sarah Lynn? … Sarah Lynn»

Proprio all’inizio vi ho nominato Diane, ma ho subito ritirato la mano, per paura di non renderle giustizia, o di spaventarvi immediatamente con il personaggio più traumatico della serie. Ora, però, è arrivato il momento di parlarne, e per farlo bisogna toccare alcuni punti fondamentali della sua storia. Partiamo dall’episodio della missione in Cordovia, ma prima un minimo di contesto. Nella seconda stagione i personaggi si sentono spaesati: tutti si chiedono perché stiano lì a combinare quello che stanno combinando e perché le cose sembrino così fuori posto e perché non mi riconosco più nel mio ruolo e cosa ci faccio qui.


«What are you doing here?»

È una battuta di Secretariat che egli pronuncia in un momento di drammatica epifania, ma che BoJack non riesce a interpretare. Ma è anche un motto che risuona per tutta la stagione. Un esempio? Cosa di fai in Cordovia, Diane? Sei partita per seguire e scrivere del filantropo Sebastian St. Clair, in missione in un paese distrutto dalla guerra per aiutare i bambini malati, costruire una biblioteca, ergere una statua di sé mentre costruisce la biblioteca eccetera. Ma perché ci sei andata? Probabilmente per colpa della tua maledizione, che ti porta a ripararti dietro la retorica del “voglio lasciare un segno” per non ammettere che anche tu hai bisogno di semplicità, o che almeno ne avresti voglia; no, tu sei Diane, impegnata, tormentata, risoluta. In Cordovia non ci sono ripari per proteggersi dalle bombe, figurati dalle cazzate. Non ritrovandoti più nella persona che credevi di essere sei dovuta fuggire, e ti sei andata a spiaggiare a casa di BoJack, un posto in cui non ti saresti dovuta mettere in discussione. E non ti biasimo, Diane, mettersi in discussione è sempre molto difficile, ma è di sicuro un passaggio fondamentale.

La maledizione di cui parlavo prima è probabilmente il tratto fondamentale del personaggio di Diane: la rende spesso antipatica ed incomprensibile anche e soprattutto a se stessa, ma la rende fondamentale, poiché incarna un quesito che tutti si pongono: che senso ha? Che senso ha il mio dolore? Che senso hanno i miei successi ed i miei fallimenti? Che senso ha il mio sforzo? La accompagna, e noi con lei, per tutta la serie, e non la lascia nemmeno quando finisce a Chicago, con il suo nuovo fidanzato Guy (sì, un toro a Chicago). Qui, lei vorrebbe scrivere un libro di personal essays, in cui, ancora una volta, lacerare il lettore con la propria penna. Purtroppo non ci riesce per colpa della depressione che la schiaccia sul pavimento, e poi per colpa degli antidepressivi che offuscano le parti di se di cui vorrebbe scrivere. Forse, però, il motivo per cui questo libro non viene fuori é che in realtà non ti va di lasciare un segno, non ti è mai andato. Non quando eri a Boston dai tuoi, né a Los Angeles, né in Cordovia, né adesso a Chicago.

E ci è voluto Mr Peanutbutter per farti aprire gli occhi (incredibile, lo so, ma i Labrador hanno un ottimo fiuto). «I feel like if we met eachother as the people we are now, things would be totally different with us». «Yeah, but if we hadn’t met each other until now, we wouldn’t be the people we are now». Vedi, Diane, così come non esistono persone intrinsecamente buone o cattive, non esistono nemmeno traumi positivi o negativi. I traumi sono come le mani di un abile tornaio, che deformano il loro blocco di argilla, stringendo il collo e spingendo in fondo, lì dove fa più male. Poi, le stesse mani prendono la carcassa del loro lavoro, e la sbattono in forno, dove resterà per i successivi giorni. Infine, sempre quelle mani nascondono le ferite che hanno provocato con una bella patina di colore, e mettono il risultato in bella mostra. Ciò che viene fuori è uno splendido vaso, un’opera di unica arte. Sì è vero, forse la metafora del kinsugi funziona meglio, ma evidentemente era già presa. I traumi sono ciò che ci plasma, ed è questo il loro intrinseco ed enorme valore. Superarli, a confronto, non vale nulla.

Con questa riflessione in mente spostiamoci su BoJack, che uscito dal centro di riabilitazione si sposta dalla sua ritrovata sorella Hollyhock, in Connecticut, dove trova un posto come professore di recitazione alla Wesleyan. Eccolo, il BoJack che avremmo sempre voluto vedere, il BoJack che vedevamo da qualche spiraglio aperto sulla sua vita subito prima di Horsin’ Around, quando con il suo amico Herb si divertiva a fare battute e costruire il loro futuro, il BoJack che vedevamo riflesso negli occhi di Hollyhock, quando la aiutava a cercare chi la avesse messa al mondo, il BoJack che si mette in gioco, che fa le cose liberamente e propositivamente, che si assume le responsabilità di essere il protagonista di se stesso. E mi piacerebbe finire così l’articolo, su un tratto di parabola crescente… anzi, sai cosa? Lo finirò proprio così.

Dopotutto non mi mancheranno i due reporter che rincorrono il passato di BoJack, davvero poco interessanti e a mio gusto anche molto antipatici. Non mi mancherà ripensare a quella strega di Angela, la vecchia produttrice di Horsin’ Around. E non mi mancherà di sicuro parlare di Horny Unicorn. L’unica cosa che mi dispiace, ma con cui ho dovuto far pace dall’inizio dell’articolo è il fatto che non posso raccontarvi di tutto quello che questa serie mi ha lasciato, la soddisfazione nel vedere ripagato l’ardore di Princess Carolyn, la rabbia e l’impensabile empatia che proviamo verso Beatrice Sugarman, la speranza per l’entrata di Hollyhock nella vita di BoJack e l’angoscia per la sua uscita.

Ma per capire di cosa sto parlando, la cosa migliore che potete fare è riguardarvela. Vi lascio allora con una battuta di Todd di non so quale episodio, ma tanto ciò che dice questo ragazzo è talmente scollegato da ciò che ha intorno, che fa il giro come l’Hockey Pockey e diventa un pensiero profondo e universale:


«The only way out is through»

L’unico modo per andare avanti è passare attraverso le cose. Passare attraverso il dolore, oltre gli ostacoli. Questi ci temprano e ci stimolano. Ci obbligano a correre per prendere la rincorsa. Ci impediscono di voltarci o abbassare lo sguardo. Ci concedono nuove occasioni per impegnarci e prenderci la responsabilità di andare avanti. E allora grazie, ostacoli. Vi odio, ma vi ringrazio, perché siete ciò che ci tiene in vita.




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