di Giada Martinoia

 

 

Solo il 6.6% dei capi di Stato o di Governo è donna. In tutto il mondo. Così poche che si possono riassumere in un’immagine.

 

 

 

 

Ecco le donne a capo di uno stato o di un governo nel mondo. Immagine di AFP news agency

 

Due osservazioni chiave

Uno. Non supporto in nessun modo la tesi della superiorità femminile. La parità di genere non deve aver nulla a che fare con la gara a chi si dimostra più valido in ogni ambito della vita in funzione del proprio genere. Purtroppo, penso l’abbiate notato, è comune fare un paragone e tirare le somme per decretare il vincitore. Questa “gara” è una riduzione del problema femminista ad una visione dei fatti che vorrebbe vedere realizzato il passaggio dalla teoria dell’invidia del pene, proposta da Freud, alla teoria dell’invidia della clitoride. La situazione attuale non va bene per metà della popolazione, non vedo perché la situazione opposta dovrebbe andare bene a tutti sinceramente. Per molti e molte di voi sto dicendo banalità clamorose, ma ci tenevo comunque a scriverle nero su bianco in caso dei bigotti stiano leggendo l’articolo. Oppure persone con un’idea diversa di rappresentanza di genere dalla parità.  

Due. Proprio perché la popolazione femminile è sottorappresentata, le donne attualmente leader non possono rappresentare tutto il genere. Suppongo sia una questione statistica, no? Quante volte si analizza l’operato delle maggiori leader donna al fine di paragonarlo al modello di leader maschile, con tanto di confronto tra le tipiche doti dell’uno e dell’altro genere. È proprio vero che spesso i limiti ce li poniamo da soli. Ormai è ben dimostrato che l’insieme di tratti psico-comportamentali tipici di ciascun genere, sebbene non sia nullo è drasticamente ridotto rispetto a quanto si credeva in passato.

 

Pregiudizi presi per scienza

Per essere realisti? Milioni di persone in Italia pensano che agli uomini siano associate certe caratteristiche, tra cui la capacità di essere un leader, e alla donna altre, come empatia, il sentimento e il multitasking. Questo non è scientificamente provato, ma è l’esito di analisi che ovviamente non possono scindere tra cultura e tratti psico-comportamentali di ciascun genere.È talmente radicato nella società che le donne non siano per natura (tenetemi ferma) inclini al ruolo di leader, che è comunemente accettata e considerata normale la situazione attuale in tutto il mondo.

 

NON È NORMALE, non vi pare? Altra carne al fuoco.

 

Disparità Lavoro-Potere

Sebbene le donne rappresentino la maggioranza della forza lavoro nel settore pubblico, non sono che il 14,4% le donne nelle posizioni di vertice. Il dato, secondo l’InfoData del Sole24Ore, scende al 7,6% nelle province e città metropolitane e all’8,5% nelle università.

Questo aspetto è un trait d’union tra settore pubblico e privato. Consideriamo per esempio un settore di recente sotto i riflettori per ovvi motivi legati all’emergenza sanitaria: la sanità. Sebbene il 63.8% della forza lavoro nella sanità italiana sia donna, solo il 16,7% è in posizione di direttore generale. Non a caso il network “Donne Leader in Sanità” ha creato un Manifesto per promuovere il talento al femminile in ruoli di “Top e Middle Management” pubblico e privato in sanità e cercare di arrivare almeno al 40% di donne.

Se vi pare normale in una società in cui “i diritti delle donne sono ormai cosa fatta” si debba ricorrere ad un Manifesto da presentare, con firme annesse, al Presidente della Repubblica perché la leadership rappresenti entrambi i generi, ho il sospetto che dobbiate compilare lo speciale questionario “Quanto sei bigotto?” annesso a questa edizione della Lanterna.

La verità è che i dati ormai li sappiamo tutti a memoria. Con un leggerissimo tono polemico aggiungo che ogni 8 marzo le istituzioni, le aziende, enti vari e soprattutto i social si riempiono spudoratamente di dati deludenti che inquadrano la situazione attuale delle donne in ogni angolo del mondo. Dal 9 marzo al 7 marzo dell’anno successivo citare questi dati in un qualsiasi dibattito può farti sentire “la femminista di turno che si lamenta senza percepire che la parità di genere è ormai cosa fatta”. Non sto accusando nessuno di preciso, ma in questi casi vi assicuro che l’aroma di indifferenza mista all’inconfondibile fetore di bigottismo beh… sono praticamente tangibili.

 

E nel campo STEM?

Un altro piccolo dato tutto dedicato agli studenti del Politecnico dotati di vagina, dicasi “studentesse”.
Le migliori performance accademiche delle donne nell’ambito STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) non sempre sono premiate né a livello occupazionale né a livello salariale in Italia. I dati parlano chiaro. Gli uomini guadagnano circa il 25% in più delle donne, potendo contare su uno stipendio mensile di €1.699 contro €1.375. (Fonte Osservatorio Talents Venture, 2019 – Il Gender Gap nelle Lauree STEM).

 

Cerchiamo insomma di non scappare tutte all’estero.

 

Nemmeno dopo ‘ics’ allucinanti anni di ingegneria ci salveremo dal gender pay gap, cioè la differenza di stipendio tra uomini e donne per il medesimo lavoro effettuato. Dovunque decideremo di emigrare per evitare il problema, il problema è lì che ci aspetta. Questo perché è in qualche modo assodato, intrinseco, metabolizzato nella società il fatto che non sia poi così urgente annullare la differenza di stipendio tra generi. Insomma, non è una priorità. A favore di questa tesi l’Eurostat (Ufficio Statistico dell’Unione Europea) attesta che in Italia il gender pay gap è solo del 5%.

 

Non di soli dati quantitativi vivranno le donne

Psss. Ce l’ho con te. Non hai abboccato, vero? Il dato è corretto e sembra una bella notizia, considerando che la media europea si attesta sul 14,6%. Peccato che non tenga conto di alcuni aspetti fondamentali. Per esempio, che nel settore statale, dove è rispettato il sacrosanto principio di equal pay for equal work, c’è una rilevante presenza femminile: nel 2016 il 56,9% del personale pubblico è donna e se si separano i due settori il gender pay gap del pubblico scende a 4,4%, mentre quello del privato sale al 17,9 % secondo l’analisi condotta da Ulrike Sauerwald, responsabile della ricerca per “Valore D”. Dicono sia una caratteristica tutta italiana questa discrepanza.

 

Punti di vista e angoli ciechi

Se non vi siete mai accorti di questi dati, l’ipotesi che potrei avanzare è che non vi siate ancora resi conto di essere penemuniti e dunque di essere davvero avvantaggiati in questa società perché nati e cresciuti con il genere corrispondente a tale organo. Riporto i risultati di un’analisi condotta dalla IBM, che ha posto una domanda cruciale ai suoi impiegati dirigenti.

 

 

 

 

 Fonte: IBM – Donne, Leadership e il paradosso della priorità

 

Come potete notare, la maggior parte dei dirigenti uomini afferma che essere uomini ha poco a che fare con il loro successo, mentre la maggior parte dei dirigenti donne confessa che avrebbe avuto una possibilità maggiore di essere promossa se fosse nata uomo.

Come possiamo superare questo bellissimo scoglio se in momenti di crisi, come l’indagine di Censis riporta, “il 48% degli italiani oggi dichiara che ci vorrebbe un “uomo forte al potere” che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 67% tra gli operai)”?

 

Anche le donne possono essere maschiliste

Allo stesso modo mi interrogo se chi dice che la leadership in rosa sia migliore abbia qualche preciso scopo nel farlo. In modo che spero sia consapevolmente provocatorio l’Huffington Post riporta in un articolo di aprile le seguenti frasi:

 

“le donne leader sono più rispettose dei limiti, più attente ai diritti, più cooperative; capaci di rassicurare, meno aggressive, meno inclini alla vanteria; restie a fare il passo più lungo della gamba, ma capaci di gettare il cuore oltre l’ostacolo; e così via, di metafora anatomica in metafora anatomica. Sulle peculiarità della leadership al femminile , forse perché ancora è un esercizio di fantasia in gran parte del mondo, le teorie sono tante.”

 

Se penso alla leader di un noto partito in ascesa in Italia, non mi immagino certo questo approccio nell’immagine fantasiosa, molto vicina ad un incubo, in cui la vedo gestire l’emergenza sanitaria del 2020 in Italia. Mi immagino più una risposta di questo genere, per proseguire nell’articolo:

 

“La risposta «machista» alla pandemia — negarne la portata, non rassicurare nessuno, ostentare fatalismo — adottata dai «leader che non devono chiedere mai» Jair Bolsonaro, Vladimir Putin, Donald Trump, sembra essersi rivelata fallimentare. È donna, ha denunciato a fine 2019 la presidentessa dell’Assemblea Generale dell’Onu, appena il 6,6% dei capi di Stato o di Governo del mondo. Ma al timone dei Paesi dove la risposta anche emotiva alla pandemia sta funzionando meglio ci sono proprio loro.

 

Non siamo tuttu sulla stessa barca e le donne hanno le cabine peggiori

Il nodo sta nel fatto che, incubi a parte, questa pandemia non è stata che l’ennesimo colpo al genere femminile, più di quanto lo sia stato per il genere maschile, checché se ne dica. Abusi domestici, femminicidi all’ordine del giorno, mamme part-time in situazioni lavorative disastrose, praticamente abbandonate nel gestire i figli a casa spesso sole, settore terziario notoriamente a maggioranza di lavoratrici di sesso femminile a dir poco in picchiata e molti altri problemi che derivano dal nascere vulvomunita di cui spero abbiate letto in questi mesi.

Se c’è stato un aspetto del COVID-19 che ha incrinato qualche pregiudizio è stata la sua fatalità nel causare un numero di vittime molto maggiore nel genere maschile. Qualcuno ha riportato in auge il vile concetto di “sesso debole”, per riferirsi al fatto che, per questo virus, il sesso debole è quello maschile. Vi lascio commentare in autonomia la vacuità di tali affermazioni e concludo dicendovi che ho volontariamente riportato finora dati che non considerano la questione dell’emergenza perché sono certa le analisi migliori arriveranno poi. C’è sempre tempo per fare osservazioni e discutere, ma forse è anche finito il tempo di dare per assodata la parità di genere che, vi piaccia o meno, non c’è ed è una priorità per tutti quanti.

 

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