SOCIAL NETWORK E CULTURA DELL’ODIO: COME NE USCIAMO?

di Matteo Boveri a.k.a. Johnny Shock

La generazione Z, quella dei ragazzi tra i venti e i trent’anni,  ha un rapporto particolare con i social network. Siamo la generazione dei nativi digitali ed i nostri genitori ci ripetono continuamente che passiamo tutta la vita con il telefono in mano. Siamo cresciuti su Facebook e bazzichiamo su TikTok. Siamo la generazione che per prima si è approcciata nell’adolescenza a Snapchat ed alle stories di Instagram per raccontarsi.

Ormai, però, la disinformazione e la cultura dell’odio sempre più dilaganti su queste piattaforme hanno raggiunto lo status di piaghe della nostra società. Se da un lato l’estrema democraticità che caratterizza questi spazi ci dà la possibilità di esprimerci al meglio, dall’altro ha lasciato adito anche a gruppi molto ampi di haters, che si scagliano contro le minoranze o contro singoli personaggi pubblici o privati.

A questo punto, ha senso chiedersi come si relazioni la nostra generazione con i social e che uso ne faccia per emanciparsi da queste problematiche. Per approfondire il tema, ho intervistato tre miei amici che hanno altrettanti stili di vita e modi differenti di intendere e rapportarsi ai social, cercando di tracciare una visione che sia il più ampio possibile della visione di molti nostri coetanei.

ANGELO BOGLIONE (23 anni, Milano, responsabile legale de La Terna Sinistrorsa)

Chi sei e cosa fai: descriviti in 140 caratteri o una frase al massimo:

Sono un maschio bianco etero basic, appassionato agli sport e sono curioso.

Che rapporto hai con i social network?

Di studio. Non ho nessun social, uso solo Telegram e le mail dell’università. Trovo, però, molto interessante studiare le dinamiche che li regolano. Da una parte perché sono progettati per influenzare le nostre vite nello stesso campo da gioco della ludopatia, dall’altra perché sono diventati la piazza in cui ci confrontiamo. 

Perché li studi ma non ne hai neanche uno?

Perché non sono mai stato abbastanza coraggioso in passato da disubbidire a mia madre che mi disse di non crearmi un profilo Facebook. Una volta cresciuto, poi, non ho mai avuto nessuno stimolo a credere che fosse qualcosa da cui avrei potuto tirare fuori qualcosa di buono, forse perché ero già vecchio.

In questi anni sei mai stato curioso di provare?

Non come utente. Mi interessa molto capire come funzionano, ma non mi interessa esserne fruitore.

Credi che i social abbiano aiutato, direttamente o indirettamente, alla diffusione di una certa cultura dell’odio?

Secondo me bisogna tenere a mente perché sono nate queste piattaforme. Il loro scopo è quello di fare soldi vendendo pubblicità, per fare questo hanno bisogno di prendere dati, che ottengono cercando di farti rimanere il più a lungo possibile attaccato allo schermo. Sentimenti come l’odio, la paura e la rabbia sono estremamente redditizi in questo senso e non vi è nessun interesse a smorzarli, tranne in casi palesi in cui si va ad urtare il senso comune. Penso a quando l’assassino di Christchurch ha fatto una diretta Facebook della sua strage. Sostenere che dipende da che uso ne si faccia è vero fino ad un certo punto: sicuramente l’utente potrà usarlo in una maniera più propria o meno, ma comunque l’idea è quella di non darti spazio per farti arrivare ad una discussione più profonda. Questo, secondo me, ha permesso indirettamente il proliferare di queste comunità dell’odio

Ti è mai capitato di sentirti giudicato perché non avevi i social? O, al contrario, di avere dei pregiudizi verso qualcuno che magari li usava assiduamente?

Magari implicitamente mi può essere capitato di giudicare qualcuno, ma per mia etica personale cerco sempre attivamente di evitare di avere dei pregiudizi verso gli altri.
A volte, però, mi sono sentito tagliato fuori dagli altri: c’è un’aspettativa generale per cui anche tu dovresti essere dentro determinate dinamiche, soprattutto riguardo agli eventi sociali.

E per te è un problema?

Marginalmente. Magari c’è qualche evento che mi potrebbe interessare e non lo so, però ho la fortuna di aver incontrato gente gentile e premurosa che poi mi chiama per avvisarmi.

Cosa ne pensi di quell’affermazione che ci fanno tanto spesso i vecchi, con accezione dispregiativa, riguardo al fatto che passiamo la maggior parte della nostra vita con il telefono in mano?

In un certo senso è vero, però bisogna anche capire che il cellulare è uno strumento con una funzione a metà tra uno strumento di controllo e di lavoro, quindi non possiamo nemmeno più farne a meno. Allo stesso tempo, in maniera aprioristica, viene appiattito l’uso del cellulare come qualcosa di negativo. Un’altra cosa importante è che c’è anche una forma di escapismo nell’uso del cellulare: la nostra società è feroce e magari andando a ricrearti in una realtà virtuale riesci a trovare uno spazio per esprimere te stesso. Le generazioni più vecchie non riescono minimamente a capirlo e colpevolizzarci non si avvicina a risolvere il problema.

Una riflessione per chi ci legge…?

Lo spettro di usi che si possono fare dei vari strumenti è limitato. Tra questi, fare una vera critica costruttiva è molto difficile e non ci si può affidare unicamente a queste piazze, ma bisogna trovare altri metodi su internet (come i blog indipendenti) o far succedere le cose nella vita vera.

ARIANNA POLI (21 anni, Ferrara, cantautrice emergente)

Chi sei e cosa fai: descriviti in 140 caratteri o una frase al massimo.

Come faccio a sapere se sono 140? Comunque “Cantautrice emergente” per me è già okay.

Che rapporto hai con i social network?

Dipende. A volte mi sembrano necessari per connettermi agli altri in una sfera differente da quella della vita reale ed a volte mi servono per promuovere la mia musica. In altri momenti vorrei togliermi da tutto e farne il minor uso possibile, ma è veramente complicato.

Ne fai un uso più per informarti o per promuoverti?

Metà e metà. Per quello che faccio io con la musica, non essendo ancora conosciuta oltre al livello locale, li uso per raggiungere le persone. Inoltre, essendo impegnata dal lato politico e associazionistico, mi servono per cercare e condividere notizie.

Credi che i social abbiano aiutato in qualche modo alla diffusione di una certa cultura dell’odio o ad una chiusura mentale? Puoi fare qualche esempio?

La maggior parte degli essere umani non ha un filtro quando si esprime, quindi è ovvio che certe dinamiche evolvano così. Si vede molto ad oggi in ambito politico: ogni volta che leggo il giornale online di Ferrara su Facebook, la gente che scrive delle cattiverie contro il giornale o i giornalisti è molta di più rispetto a chi si interessa davvero al contenuto dell’articolo. È un’ostentazione di potere da parte di chi non si fa vedere: sono persone che su internet sembrano dei giganti, ma poi dal vivo non direbbero lo stesso e su Instagram succede la stessa cosa. Mi viene in mente un episodio che ha coinvolto Margherita Vicario un paio di settimane fa: aveva espresso la sua opinione su una canzone di Emis Killa, una pagina l’aveva poi ricondivisa e sotto al suo post si è scatenata una bufera di commenti sessisti da parte di ragazzi che erano fan di Emis.
Il problema che sta alla base della cultura dell’odio è proprio la convinzione di poter fare tutto quello che si vuole su internet senza ripercussioni.

Pensi che ci sia una soluzione?

Nel breve periodo credo sarà difficile. C’è bisogno di un processo molto ampio che si deve fare nel lungo periodo sul piano educativo. In primis, bisogna educare le persone a non aggredire gli altri senza aver seguito un procedimento razionale, ma bisognerebbe insegnare ad un utilizzo corretto e coscienzioso di internet, che è una risorsa che potenzialmente può dare molto.

Quanto sarebbe diversa la tua vita se non avessi mai potuto utilizzare questi strumenti? Ti esporresti ancora in un altro modo? Ti hanno aiutato ad aprirti?

Se non postassi sui social quello che penso, lo farei in un altro modo: sono sempre stata molto esposta anche nelle piazze o in altri contesti. I social hanno il vantaggio di essere più immediati, se non ci fossero sarebbe più lungo il processo per poter esprimere la propria opinione pubblicamente. Questa immediatezza ha, ovviamente, dei punti di forza e dei limiti, per tornare alla domanda di prima. Lo stesso discorso vale per la musica: quando mi confermano un concerto, fare un post sui social mi evita di andare a distribuire i volantini per la strada.

Una riflessione per chi ci legge…?

Per quanto possa essere banale dirlo, bisogna riuscire sempre ad inserirsi nella situazione in cui si sta agendo, ponderare su come porsi ed immaginare le conseguenze delle proprie azioni. Quando stai facendo qualcosa online, devi sempre cercare di capire che riscontri potrebbero avere le tue azioni nel concreto.

Il problema è che poi molto spesso certe azioni vengono compiute anche dal vivo, con dei riscontri ancora peggiori.

Sì, sì, parlo di chi magari non ci pensa. Una persona che non è educata dal vivo, difficilmente lo sarà sui social. C’è anche da considerare che i social hanno l’aggravante che i vari commenti possono avere sfumature di significato differenti e non sai mai con chi stai parlando. Se fai un errore nella vita vera, puoi vedere subito la reazione del tuo interlocutore e, magari, chiedere scusa, sui social è più difficile. In sintesi, se dal vivo dovresti contare fino a dieci prima di parlare, online devi contare almeno fino a cinquanta.

SOFIA VISCARDI (22 anni, Milano, influencer, mente e volto del format online VENTI)

Chi sei e cosa fai: descriviti in 140 caratteri o una frase al massimo.

Ho 22 anni, non lo so. È impossibile descrivermi e sono felice di non saperlo fare.

Che rapporto hai con i social network?

È molto difficile rispondere a questa domanda, perché da un certo punto di vista ho anche una sorta di rifiuto. Se non avessi fatto questo lavoro non so se mi piacerebbe ancora usare i social. Sono delle piattaforme che so utilizzare e che conosco, ma è molto difficile per me immaginare cosa vorrebbe dire approcciarmi ai social solo da utente, non essendomi praticamente mai trovata in quella situazione.

Credi che i social abbiano aiutato in qualche modo alla diffusione di una certa cultura dell’odio o ad una chiusura mentale?

Penso che, in generale, siano molto pericolosi e dovremmo imparare a vivere la nostra vita sociale anche con un mezzo che non ci insegnano ad usare. Mi è capitato molte volte di leggere delle cattiverie che spero di non sentire mai pronunciate dal vivo e questo mi ha portato a pensare che potrebbe essere bellissimo, ma dobbiamo imparare a gestirli.
Roberto Saviano una volta mi ha fatto riflettere su questo: sui social tutte le pagine sono uguali e questo fa sentire ogni persona importante tanto quanto le altre, perché la pagina del Papa è uguale alla tua. Da un lato è figo che sia così democratico, dall’altro non possiamo pensare che una ricercatrice e una ragazzina delle medie possano parlare dello stesso argomento e che la loro opinione valga allo stesso modo. Su internet, molto più che nella vita reale, le persone si sentono legittimate a dire la loro su qualsiasi argomento, ma il fatto che ce ne sia la possibilità non vuol dire che tu sia costretto a farlo. Prima, però, bisogna insegnare alle persone ad avere gli strumenti per capire e ad avere il buon senso, ma internet questo non lo fa. 

Questa libertà ci aiuta o ci limita?

Credo entrambe. Da una parte ti può aiutare sentirti parte di una comunità che non ti è fisicamente vicina: questo, nel tempo, ha aiutato tutta una serie di persone che si sentivano strane, diverse ed emarginate e che hanno potuto trovare un gruppo di appartenenza vicino a loro e ha aiutato tutte le lotte che stiamo portando avanti.

….Dall’altra, però, ci sono tutte quelle persone che, come mi dicevi prima, ti augurano di morire.

Sì, in passato mi è successo di ricevere, per un certo periodo, 250 messaggi in privato al giorno di pazzi che mi scrivevano delle cose irripetibili. Purtroppo esiste questa parte del mondo ed è fortissima. Dall’altra parte, però, c’è anche un’opposizione che spero vinca. Spero che, prima o poi, le persone si renderanno conto che è pericoloso e che non ha senso che una ragazza di 22 anni si trovi invasa da messaggi del genere.

E cosa ne pensi di chi decide di non avere i social?

Secondo me non è nemmeno più uno strumento che si può demonizzare: il modo per combattere questa situazione non è rifiutare tutto, poi ti manca un pezzo, anche in termini di linguaggio o di umorismo collettivo. Se tu non hai i social, il tuo contributo in questa causa non sta cambiando nulla, perché nessuno se ne accorge. La soluzione, invece, è impegnarsi e fare in modo che possano esistere nel mondo con delle regole che per te siano accettabili.

Pensi che ci sia una soluzione per risolvere questa problematica?

Sì, certo. Dalle elementari bisognerebbe dedicare un’ora a settimana all’educazione digitale. Quando vedo il numero di ore che passo al telefono, anche se lo faccio per lavorare, mi spavento, quindi se impieghiamo la maggior parte del nostro tempo guardando questo schermo, forse è il caso.
È una cosa molto difficile da realizzare, però se piccoli ci insegnano a vivere civilmente con gli altri, sui social nessuno lo fa.
Al di là della scuola, l’unica soluzione è l’educazione, come in tutto. 

Pensi che, per ostacolare la cultura dell’odio e del bigottismo, dovrebbero esistere degli “spazi sicuri” di condivisione e riflessione, come potrebbe essere anche VENTI?

Sono importantissimi, credo che dovrebbero esistere solo spazi così. Quello che proviamo a fare con VENTI è creare una community all’interno della quale cerchiamo di sviluppare degli strumenti emotivi. Il nostro obiettivo non è, ad esempio, spiegarti cosa succede quando cambi gli amici a vent’anni, ma è farti capire che ci sono degli strumenti per affrontare quella sensazione nel modo il meno possibile possibile.
Non siamo interessati a darti delle risposte, ma a farti fare le domande giuste.

E sta funzionando?

C’è da dire che abbiamo una community molto sveglia. Chiaramente, per aprire un video di VENTI devi avere voglia di farlo, non sono dei contenuti di puro intrattenimento, però ci sono delle persone che hanno capito che internet può essere utilizzato anche con un fine formativo. Secondo me, è importante che esistano dei luoghi sicuri del genere, se non proprio VENTI, almeno qualcosa che ci assomigli. In generale, mi sembra che ci si stia muovendo in quella direzione. Ce n’è un gran bisogno e spero che succeda.

È una cosa che ho notato anche io ultimamente, però forse è anche mediata dal fatto che abbiamo degli interessi molto simili su Instagram, quindi entrambi vediamo solo una parte di quello che c’è.

Sì, sì, ovviamente. Qui entrano in gioco tutta una serie di algoritmi che noi umani non possiamo nemmeno immaginare. Il punto, però, è cercare di aggredire questo algoritmo e cercare di parlare sempre con delle persone che non la pensano come noi.

Una riflessione per chi ci legge…?

Consiglio la mia bio di Instagram, che è stata una mia filosofia di vita per molti anni, soprattutto per sopravvivere ad internet. Ovviamente nasconde un pensiero più profondo, cioè che quello che gli altri dicono di te dice molto di loro e poco di te.

La Terna Sinistrorsa