Un golpe más

Mentre preparavo i parziali di novembre mi è giunta la notizia della rimozione del presidente peruviano Martín Vizcarra[1]. Sono nato in Perù, ci ho vissuto per 15 anni e non è la prima volta che si sente parlare di un colpo di Stato, l’ultimo prima di questo risale al 1992. Data la gravità della situazione ho voluto condividere la mia interpretazione dei fatti accaduti nel mese di novembre del 2020 in quanto, almeno per me, è spesso difficile capire gli avvenimenti politici di altre nazioni senza qualche tipo di guida.

Come funzionano le cose in Perù? Siamo una repubblica democratica, ci sono elezioni quinquennali, abbiamo un sistema monocamerale dal 1993 e il voto è obbligatorio fino ai 70 anni. Tutto più o meno nella norma, giusto? Ni. Purtroppo i livelli di corruzione non solo in Perù, ma in tutta l’America Latina sono altissimi. Infatti non è raro trovare deputati con processi in corso o addirittura già condannati, nonché privi di alcun tipo d’istruzione che vada oltre la scuola dell’obbligo, se a questo aggiungiamo un sistema educativo fortemente sottofinanziato abbiamo che non pochi politici vengono eletti ricorrendo alla demagogia, “populismo” se volete, più disgustosa che vi possiate immaginare, a volte si tratta di andare nei quartieri più poveri delle città per regalare beni di prima necessità od organizzare feste popolari.

Bene, e allora? Succede che spesso i partiti che compongono la maggioranza al Congresso (equivalente alla Camera dei Deputati in Italia) hanno come priorità quella di saccheggiare il Paese in tutti i modi possibili ed immaginabili. Come? Principalmente gonfiando i costi di opere pubbliche oppure ricevendo tangenti da aziende che vogliono assicurarsi un contratto pubblico. Particolarmente notevole è la rete di tangenti orchestrata dall’azienda brasiliana Odebrecht[2],che negli ultimi 20 anni aveva coinvolto innumerevoli nazioni dell’America Latina; nel 2019 l’ex presidente della Repubblica García si è suicidato vista l’imminente condanna per corruzione nel caso Odebrecht.

Nelle elezioni del 2016 siamo stati molto vicini a una maggioranza assoluta di questi gruppi populisti, spesso di destra. Forse quello più famoso è Fuerza Popular, il quale è una specie di spinoff del partito Cambio 90, col quale il dittatore Alberto Fujimori vinse le elezioni del 1990. Fujimori dovette fuggire in Giappone nel 2000 dopo che videoregistrazioni in cui il suo vicepresidente distribuiva tangenti vennero rese pubbliche, la sua presidenza finì con una lettera di dimissione via fax. Nel 2009 è stato finalmente estradato e condannato per violazione dei diritti umani e corruzione.

Ma perché stiamo parlando di un vecchio dittatore ormai in prigione? Nepotismo. La figlia, Keiko Fujimori, è la leader di Fuerza Popular assieme al fratello. Nel 2016 hanno ottenuto il 36% dei voti nelle elezioni generali e quasi vinto la presidenza nel ballottaggio col 49.9% I 4 anni successivi sono stati caratterizzati da un congresso ostruzionista a causa di questi partiti. Il presidente eletto, Pedro Pablo Kuczynski, è stato soggetto a un impeachment senza nessun valido motivo per poi doversi dimettere a causa di una quasi sicura rimozione per un secondo impeachment. Il suo successore, Martín Vizcarra, ha dovuto affrontare pure lui queste inutili dimostrazioni di potere.

Cosa è successo quindi? Purtroppo Vizcarra non è stato così fortunato, il 9 novembre 2020 105 parlamentari su 130 hanno votato a favore della sua rimozione. Ufficialmente il motivo è stato “incapacità morale”, piuttosto ironico. Dalla coalizione golpista è emersa la figura grottesca di Manuel Merino il quale ha prestato giuramento come presidente il giorno dopo.

Ciò che mi ha lasciato un po’ perplesso sono state la rapidità e dimensioni delle proteste contro questo colpo di stato, non solo da parte dei giovani ma anche di gente di tutte le età, classi sociali, orientamenti politici, etc. Il rifiuto universale del nuovo governo è riuscito a manifestarsi in tutte le città del Paese, la gente è scesa subito in piazza per denunciare l’illegittimità del governo Merino e richiederne lo scioglimento. Quasi tutte le proteste sono state pacifiche.

La risposta del governo? A Lima agenti di polizia si sono infiltrati tra i manifestanti per incitare alla violenza dando così una scusa perfetta per una risposta brutale da parte delle forze dell’ordine. Molti manifestanti tra cui semplici giornalisti sono stati picchiati dalla polizia antisommossa, inoltre è stato utilizzato gas lacrimogeno e ci sono stati spari nel vuoto. Purtroppo il 14 novembre 2 giovani manifestanti di 22 e 24 anni sono stati uccisi dopo uno scontro con la polizia. Questo è stato il rantolo della morte del governo Merino il quale ha rassegnato le dimissioni il 15 novembre, solo 5 giorni dopo aver prestato giuramento.

E adesso? E’ stato scelto dai partiti non golpisti Francisco Sagasti, un economista senza denunce di nessun tipo del Partido Morado, come Presidente di transizione fino alle elezioni del 2021. Ha prestato giuramento il 17 novembre e ha subito avviato un’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani durante le proteste e in particolare sulla morte dei 2 giovani. Al momento il suo governo gode dell’approvazione del 72% dei cittadini.

Il ruolo giocato dai giovani è stato fondamentale per la brevissima vita del governo golpista eppure non è mancato chi, anche adesso, li chiama vandali e fannulloni nonostante ciò che è stato fatto abbia richiesto coraggio, maturità e sentimento patriottico. Per questi motivi mi permetto il lusso di guardare il futuro con un po’ di ottimismo, spero che il senso di responsabilità mostrato in questi mesi si manifesti anche alle urne in questo 2021. Credo soprattutto che la voglia di costruire un Perù migliore e di eradicare le vecchie strutture corrotte che tanto danno ci hanno fatto in passato, sarà il motore che ci trasformerà in una società più giusta per tutti.

Note:

^[1]In Perù il Presidente della Repubblica equivale al Presidente del Consiglio in Italia, ciononostante è presente comunque la figura di Presidente del Consiglio.

^[2]Si veda caso Odebrecht e operazione Lava Jato

La Terna Sinistrorsa