Circus

di Liv

“Vieni via con me.”

“Lo sai che non posso.”

Glielo chiedeva ogni volta, stringendola ogni volta più forte. E in quella stretta lancinante le doveva rispondere sempre la stessa cosa.

Era il decimo anno che si vedevano, in quella radura che ormai le sembrava tinta di loro. Le foglie cadevano stanche dai rami, scandendo i minuti di un pomeriggio ormai morente. Matilda sentiva ogni fruscio di vento sul collo, appoggiata a una vecchia quercia mentre guardava l’altra ragazza allacciarsi gli stivali; più in là un cavallo sbuffava, stufo di essere legato alla stessa staccionata malandata di sempre. Quasi per rispondergli, Ester gli andò incontro e prese ad accarezzarlo, visibilmente pensierosa. I capelli scuri le ricadevano morbidi sulle spalle, le sopracciglia corrucciate si stendevano sulla sua fronte olivastra come catene montuose. L’altra ragazza non riusciva a non guardarla, nonostante ogni secondo le pesasse come un macigno in gola. Non l’avrebbe mai rivista così, non come oggi.

Le era difficile spiegare quello che provava per Ester; le era difficile spiegare quello che sentiva ogni anno, quando un ragazzino qualunque con le braghe strappate appendeva i manifesti sgargianti del circo sui muri della cittadina, annunciandone l’arrivo. Passava il resto delle stagioni ad attendere il momento in cui avrebbe incrociato il suo sguardo la prima sera degli spettacoli, guardandola cavalcare sotto al tendone; ogni anno temeva non l’avrebbe riconosciuta, e ogni anno la cavallerizza la stupiva, ricambiando la stessa trepidazione sul suo viso illuminato di rosso. Ormai si trovavano sempre nello stesso luogo, dopo ogni spettacolo, in un abbraccio che racchiudeva tutto quello che non avevano potuto dirsi dall’ultima volta. Eppure, era convinta che nessuno la conoscesse meglio. 

Il circo sarebbe ripartito all’alba del giorno dopo. E mentre Ester cavalcava con gli altri, continuando il loro pellegrinaggio variopinto, Matilda avrebbe indossato un abito bianco. 

 “Non ci credo che è domani.”

“Lo so.”

“Ci vediamo stasera?”

 

Rispose tirandola a sé, così forte che le sembrò le sue mani la bruciassero attraverso vesti, camicie e corsetto. Lo stesso che le aveva slacciato così tante volte negli ultimi anni. Una lacrima le bagnò la clavicola, ma non era certa di chi fosse. Perfino uno spettatore non avrebbe potuto distinguere le due figure per come erano intrecciate. Ester lasciò andare, montando a cavallo. “A stasera,” sussurrò, lasciandole un bacio umido sulla mano. La lunga gonna di Matilda si animò, spinta dal galoppo del cavallo che si allontanava, come al solito più lentamente di quando era arrivato.

La ragazza arrivò a casa trattenendo le lacrime, cercando di non pensare a come, il giorno dopo, avrebbe giurato amore a qualcun altro. Eppure, non aveva scelta; la sua famiglia faceva la fame, e da quando era apparso un marito benestante a chiederla in sposa nessuna discussione era stata possibile. Era rimasta in silenzio, accettando il destino a cui erano andate incontro, prima di lei, centinaia di ragazze, inclusa sua madre e le sue sorelle più grandi. Nessuna donna nella sua posizione avrebbe avuto ragione di lamentarsi, dopotutto: il suo promesso sposo era ricco e non troppo vecchio, sicuramente sarebbero stati presto una famiglia felice, come nelle favole. Cercava di pensare a questo, mentre guardava fuori dalla finestra della sua camera, mentre però sentiva ancora l’odore di Ester sulla sua pelle. Era così che si sarebbe sentita da sposata? Anche lui l’avrebbe abbracciata in quel modo? Avrebbero riso insieme, condiviso ogni paura e desiderio? Matilda appoggiò la testa sul davanzale e chiuse gli occhi, lasciando sfuggire alle palpebre stanche un ruscello di lacrime salate.

Venne svegliata dalla madre, che la rimproverò per aver dormito tutta la notte in quello stato. La ragazza ebbe un tuffo al cuore: si era addormentata troppo presto, ed era mancata all’ultima serata degli spettacoli. Sentì un macigno allo stomaco, mentre la gola le si annodava in mille grovigli. Non riusciva a respirare.

“Non essere così in ansia. Andrà tutto bene, lo sai che è un ottimo partito. E sarai bellissima, ci porterai onore. Devi questo ed altro alla nostra famiglia, dopotutto.”

Come poteva spiegarle la tempesta che le infuriava nello stomaco? Si girò a guardare il suo abito, e rimase impietrita. Non c’era nessuno per cui voleva essere bella, oltre ad Ester. Il suo sguardo aveva su di lei l’effetto di una colata d’oro, mista alle carezze dell’erba sulle caviglie la mattina, quando c’è ancora la rugiada. Le faceva sentire lo stesso orgoglio delle statue greche, coi loro occhi vuoti e saggi nei libri di storia della biblioteca.

Rimase così impietrita mentre la aiutavano a prepararsi, finché non si trovò davanti all’altare, infiocchettata e sottoposta allo sguardo dell’uomo che avrebbe, da un momento all’altro, dovuto chiamare marito.

Era vestito tutto di nero, un bastone in una mano. Matilda lo guardò in faccia da sotto il velo, ma tra le lacrime era tutto sfocato. Quell’uomo poteva essere chiunque, e forse era proprio questo che non andava. Non era lei.

La cerimonia incominciò, e la ragazza si trovò a non dover neanche mascherare la sua voce, nessuna delle risposte spettava a lei. Ogni parola echeggiava in quella chiesa, e si trovò ad ascoltare i rimbombi confondersi tra di loro, finchè non le sembrò di sentire la voce di Ester scivolare tra le volte a botte, un sussurro che le era ormai familiare. “Vieni via con me.”

Il suo pensiero venne interrotto da un nitrito fuori dai portoni. Si girò di scatto, in tempo per vedere una figura incappucciata che si sedeva in penombra nell’ultimo banco. Le voci si infittirono, arrivando a saturare la sua mente al punto di non ritorno. Matilda si alzò di scatto dall’inginocchiatoio, girandosi verso gli ospiti di quella piccolissima cerimonia. Tutti si ammutolirono; lei, però, sentiva ancora una sola, inesorabile, voce, che la invitava. Forse per l’ultima volta. E finalmente conosceva la risposta.

“Sì.”

Fece prima uno, poi due, poi tre passi per la navata. Ester sembrò capire, e si alzò in piedi. Aveva gli occhi sbarrati. Spaventati.

Matilda le corse incontro, togliendosi il velo e lasciandolo cadere per terra, sotto gli sguardi ammutoliti degli invitati e dei Santi negli affreschi. Prese l’altra ragazza per mano, e si guardarono per un attimo interminabile. Fecero entrambe un respiro profondo, e corsero verso il cavallo.

Gli altri circensi non erano lontani, li raggiunsero presto. Ester non disse nulla per tutta la galoppata; tuttavia, quando si girò a guardarla, le rivolse lo stesso sorriso spavaldo della prima volta che l’aveva vista. Prima di lasciare la città, rimasero a guardarla dalla cima di un colle. Matilda appoggiò la guancia sulla spalla dell’altra ragazza, guardando prima il panorama e poi il suo vestito, che, grazie al terriccio della campagna inglese e alle falcate impazienti del cavallo, si era tinto di rosa.

La Terna Sinistrorsa