Hip-hopride evolution

Nell’edizione più colorata di Lanterna, non poteva certo mancare un articolo a tema musicale. Negli ultimi anni, il genere che più si è affermato nel panorama internazionale, e nazionale, è sicuramente il rap, con vari sottogeneri annessi. Dagli albori della sua nascita, la cultura hip-hop si è sempre più radicata nella società moderna, partendo dalle periferie di New York, per giungere alle boutique di alta moda. Ma come si rapporta il moto artistico-musicale più popolare del XXI secolo con la comunità LGBT+?

Il rap, così come l’hip-hop nel suo complesso, è sempre stato un genere in grado di riflettere la realtà in maniera diretta e tagliente, un mezzo per far sentire la propria voce in scenari di difficoltà e degrado sociale. Inizialmente, considerando anche il contesto in cui è nato il movimento, le tematiche affrontate erano legate alla vita di strada e al razzismo (soprattutto negli Stati Uniti). Con il tempo, i contenuti si sono differenziati, mantenendo sempre la schiettezza e la crudezza del linguaggio. Il ruolo dell’MC[1]si è sviluppato parallelamente, sia da un punto di vista artistico che da un punto di vista dell’immagine, proponendo, spesso, una figura machista ed egoriferita. Il motivo è da ricondurre, probabilmente, alla volontà degli interpreti di mostrare una certa autenticità a fronte dei testi che scrivevano, oltre che dell’ambiente violento da cui la maggior parte di loro affermava di provenire. Questo ha portato alla convinzione che il rapper, per essere credibile, debba necessariamente, assieme ad altre caratteristiche, avere un’attitudine e un comportamento virili. In tal senso, era di pratica comune schernire i propri colleghi attraverso frasi che ne minavano la mascolinità, arrivando anche ad utilizzare espressioni palesemente omofobe. Tutto ciò non ha di certo aiutato a creare un clima sereno per i membri della comunità LGBT+, che molto spesso si vedevano costretti a nascondere o limitare le loro inclinazioni. L’approdo dell’hip-hop al mainstream ha sicuramente cambiato molte cose. La platea più ampia di ascoltatori si è rispecchiata in una maggiore varietà di generi e sottogeneri, oltre che in autori appartenenti ad etnie e ceti differenti. Da un lato la cultura si è imborghesita, e quindi si è un po’ persa l’identità originale del movimento, ma dall’altro si è arricchita di nuovi punti di vista, utili soprattutto a scardinare alcuni preconcetti.

Verso la fine degli anni ’90, specialmente in California, si è iniziato a sviluppare un fenomeno interno all’ambiente, organizzato dagli appassionati di hip-hop appartenenti alle categorie LGBT+, che prese il nome di homo hop (o queer hip-hop)[2]. La vera diffusione avvenne però solo negli anni 2000, con la formazione di gruppi come i Deep Dickollective e di artisti quali Katastrophe, Big Freedia, JenRo e Cazwell. La crescita del movimento ha permesso lo sviluppo di scene locali, con la creazione di festival come il PeaceOUT che accolse, fino al 2008, molti esponenti del queer rap e non solo. La principale motivazione che portò alla fondazione di una corrente alternativa fu la volontà di utilizzare il linguaggio esplicito e diretto del rap come veicolo per l’espressione di sentimenti connessi all’omosessualità e di normalizzare la presenza di artisti non etero all’interno del circuito. Tuttavia, non ci fu una vera e propria integrazione, anzi, la scena hip-hop di quegli anni si dimostrò restia ad aperture di questo tipo, per cui il movimento mantenne una dimensione underground. Il problema principale, però, non era tanto nell’ambiente rap, quanto piuttosto nella società, ancora troppo rigida (chiusa) nei confronti della comunità LGBT+. Lo stesso Katastrophe si espresse a tal proposito affermando che “la musica, qualunque tipo di musica, non fa che riflettere quello che succede nella società, perché l’hip-hop dovrebbe essere diverso?”[3]. In questo periodo, infatti, la categorizzazione del genere allontanò il movimento dall’obiettivo iniziale, portando alcuni artisti ad essere identificati esclusivamente come appartenenti ad una corrente effluente. Va però riconosciuto come i pionieri sopracitati abbiano aperto uno spiraglio attraverso il quale gli esponenti attuali sono riusciti a crearsi un varco.

La svolta si è verificata all’inizio degli anni ’10, anche grazie ad un atteggiamento sempre più inclusivo da parte della collettività nei confronti degli individui LGBT+. In questo contesto alcuni artisti mainstream del mondo urban decidono di fare coming out, uno su tutti Frank Ocean. Nel luglio del 2012 il cantante pubblica su Tumblr una lettera[4] in cui racconta della storia avuta con un ragazzo e della sua voglia di sentirsi finalmente libero. Si tratta di un evento molto importante. Il cantante aveva preso parte, qualche mese prima, al progetto Watch The Throne[5] di JAY-Z e Kanye West, due senatori della scena rap americana, e la cosa non è irrilevante. La notizia ebbe un impatto mediatico non indifferente e il suo eco risuonò anche negli anni successivi. Di fatto, con quella lettera, Frank Ocean ha spostato la questione dal sottobosco del rap game ad una quota più alta, in modo da renderla visibile a tutti. Nel corso di tutta la decade, l’immaginario del rapper si trasforma. L’estetica diventa una componente del percorso artistico tanto quanto i testi delle canzoni, uno strumento per esprimere visivamente la propria arte senza badare troppo ai limiti imposti in passato. Compaiono così i pantaloni attillati, le unghie con lo smalto, il trucco e le treccine colorate, tutti elementi che sfatano in qualche modo il mito dell’MC duro e macho. In questo, gli artisti trap hanno sicuramente dato un contributo significativo. Nel frattempo, molti rapper si uniscono alla causa come Kevin Abstract dei Brockhampton, Tyler The Creator e Macklemore, attraverso brani e video di supporto e denuncia. Fioriscono, inoltre, numerosi talenti del genere appartenenti alle categorie LGBT+ tra cui Young M.A., rapper di Brooklyn, 070 Shake, cantautrice alternative hip-hop di origine dominicana, e naturalmente Lil Nas X. L’artista di Lithia Springs (Georgia, US) è probabilmente l’esempio culminante del percorso che è stato fatto fino ad oggi. Si tratta infatti del primo rapper queer ad ottenere un disco di diamante (per il brano Old Town Road[6]). Molto spesso queste certificazioni lasciano un po’ il tempo che trovano, ma in questo caso rappresentano una vittoria importante per la comunità LGBT+ all’interno dell’ambiente hip-hop.

L’Italia si è mossa più lentamente rispetto agli Stati Uniti, come di consueto, seppur, negli ultimi anni, si sia verificato un certo allineamento con le tendenze d’oltreoceano, anche grazie, ovviamente, ai social e alla loro espansione. Tuttavia, per quanto riguarda la diffusione di artisti LGBT+ nell’ambiente hip-hop, non è possibile tracciare un percorso lineare. Com’è noto, l’Italia è un paese piuttosto chiuso mentalmente e poco incline ai cambiamenti. Si tratta di un luogo comune che però è ben evidente in molti settori, e il rap non è da meno. Infatti, fino alla prima metà degli anni ’10, la situazione era abbastanza piatta. Le problematiche sollevate dagli addetti ai lavori si legavano più ad aspetti discografici e il tema dell’omosessualità non veniva preso in considerazione. Nel 2016 si ha un punto di rottura netto. L’ondata trap si abbatte anche sul nostro paese, portandosi dietro un nuovo modo di rappare ma soprattutto, come detto, un nuovo immaginario. Tutto questo coincide con un’enorme propagazione del genere lungo tutto lo stivale ed un’esposizione massmediale consistente. Inoltre, si innesca un processo di generale apertura verso le categorie LGBT+ che porta anche all’affermazione di alcuni artisti rilevanti in tal senso. Tra questi è possibile citare Achille Lauro, nonostante si sia ormai allontanato dall’ambiente, Mahmood, cantante molto vicino a rapper di spicco della scena italiana, e M¥SS KETA, probabilmente l’anello di congiunzione più solido tra il mondo queer e l’hip-hop. Tuttavia, più che ad un vero e proprio movimento, si assiste al tentativo, da parte di alcuni interpreti, di inserire delle sfumature arcobaleno all’interno del panorama urban italiano. Il vantaggio sarebbe che, non essendo affiliati ad una corrente ben precisa, come nel caso dell’homo hop negli Stati Uniti, potrebbe essere minore il rischio di rimanere confinati in una nicchia estranea alla cultura principale. D’altro canto, manca una base solida a cui appoggiarsi per non rimanere con le spalle scoperte. L’unico mezzo di protezione rimane l’opinione pubblica che però non è in grado di inserirsi nelle dinamiche interne al sistema.

Concludendo, il rapporto tra l’universo LGBT+ e la cultura hip-hop ha seguito lo stesso percorso che si è verificato con la società in generale, passando da un periodo di quasi completa chiusura ad un recente avvio di integrazione. Fortunatamente, trattandosi di un movimento artistico, è presumibile che ci sia un’apertura mentale maggiore rispetto ad altri ambienti e che quindi tale processo di inserimento avvenga con maggiore facilità. Tuttavia, è necessario ricordare, ancora una volta, come il rap sia uno specchio della realtà. Dunque è chi costituisce tale realtà che deve fare il primo passo. Se noi ascoltatori, che siamo membri della collettività, non ci attiviamo per primi nel cambiare in meglio le dinamiche sociali, non possiamo certo sperare che la musica lo faccia al posto nostro.

NOTE

^[1] MC sta per “Master of Ceremonies”, ovvero colui che nell’hip-hop pratica la disciplina dell’MCing, intrattenendo il pubblico attraverso performance vocali di vario genere. Con il tempo è diventato un sinonimo di rapper.

^[2] Queer Hip Hop Clips From 8 countries

^[3] XL Repubblica, Dettaglio articolo

^[4] The Fade, Why Frank Ocean’s Letter Still Matters

^[5] Watch The Throne – JAY-Z & Kanye West

^[6] Old Town Road – Lil Nas X

 

La Terna Sinistrorsa