NON DISCRIMINARMI, BACIAMI INVECE

di Marco Barbaro

In Italia dal 1890 l’omosessualità non è illegale. Sapete cosa non è nemmeno illegale? La discriminazione omofoba. Il percorso verso l’inclusività del nostro Paese è singolare, e composto da faticose salite vent’ennali al termine delle quali non si è mai sicuri non ci sia solo un relatore leghista che ti rimanda indietro. Allora mi chiedo: cos’è che ci serve davvero in questa scalata?

Immaginate di essere a capo di una comunità, in cui esiste una qualche minoranza discriminata, in maniera sistemica, radicata, violenta probabilmente. Immaginate anche di voler far cessare questa discriminazione. Quale sarebbe la vostra strategia?

Le strade percorribili sono molteplici: potreste promulgare una legge che punisca l’emarginazione, e che la consideri come aggravante nella valutazione degli atti di violenza; potreste garantire alla suddetta minoranza i diritti che permettano loro di vivere in una condizione di maggiore equità; potreste passare attraverso la sensibilizzazione, l’istruzione e l’educazione (e ci rivediamo tra quattro generazioni); potreste mettere in vetrina elementi simbolici, come commemorazioni e altri contentini del genere. E così via.

Storicamente, regioni e Paesi diversi hanno seguito strade diverse verso l’inclusività, percorsi tortuosi che si intrecciano intorno a decenni di avvenimenti più o meno epocali, ondate politiche, azioni e movimenti sociali ed eventuali risposte istituzionali.

 

IL CASO SPAGNOLO

Un primo Paese esempio è la Spagna, in cui fino al 1975 la dittatura di Francisco Franco vede l’omosessualità maschile come pericolosa, e quella femminile come inesistente. In ogni caso, vige l’intransigenza, e nel ’54 vengono istituite le galerías de invertidos (gallerie dei deviati), speciali prigioni in cui il Caudillo spedisce migliaia di donne e uomini omosessuali e transgender (ma anche prostitute, malati mentali, disabili…) a patire la fame, la violenza e l’umiliazione. Intanto però, già dagli anni ’60 cominciano ad emergere i primi movimenti di spinta controculturale nel sottobosco di Barcellona, Ibiza, Stiges e Madrid, in cui la scena LGBT+ trova per la prima volta una casa. Figlia di questi movimenti è la movida degli anni ’70 e ’80, in cui tra manifestazioni sociali e culturali, opere artistiche, e cambiamenti politici, la Spagna non solo segue, ma anzi diventa pioniera in Europa della lotta contro la discriminazione, in particolare contro il mondo Queer. Da questo momento in poi, la Spagna ha sempre spiccato positivamente nelle classifiche di inclusività LGBT+ europee e globali, grazie ad azioni di spinta sia popolare che istituzionale.

Per capire l’importanza dell’esempio spagnolo, date un’occhiata a questo grafico:

Esso riporta le date di alcuni avvenimenti di natura legale, che sono stati cardini nella strada verso l’inclusività (questo è importante: non sono gli unici avvenimenti che si potrebbero considerare, ma sono quelli ad oggi maggiormente discriminanti). Volendo chiarire meglio i singoli eventi:

  • Per “decriminalizzazione” si intende l’esclusione dai codici civili e penali dell’attività omosessuale come carattere di reato;
  • Per “antidiscriminazione” si intende la protezione da comportamenti emarginanti per motivi di orientamento sessuale e identità di genere (è da precisare che alcuni Paesi hanno promulgato leggi antidiscriminatorie unicamente in certi ambiti, come quello della possibilità di affittare o comprare una casa, di servire nell’esercito, o di essere assunti, ed è questo il caso, per esempio, dell’Italia);
  • Per “adozione”, “unioni civili”, e “matrimonio” si intende l’estensione del relativo diritto anche a famiglie LGBT+;
  • Per “cambio di genere senza bisogno di operazione chirurgica” si intende… beh la possibilità di andare all’anagrafe e cambiare il proprio genere senza abbassarsi i pantaloni (bisogna però provare la propria disforia di genere, processo che, oltre ad essere lungo e costoso, passa attraverso la decisione di un giudice, quindi non è affatto così immediato come potrebbe sembrare).

La prima utilità di questo grafico è mostrare che i risultati nel campo dei diritti per il mondo LGBT+ sono recenti, molto recenti. In un gran numero di casi, le persone che hanno visto l’omosessualità decriminalizzata sono, o potrebbero essere ancora vive (ok, probabilmente non in Italia, ma su questo discorso ci torneremo). Riguardando ora la Spagna, si capisce perché il suo sia stato uno sviluppo esemplare: la rapidità. In meno di trent’anni si è passati dalle gallerie dei deviati all’Europride del 2007, in cui due milioni e mezzo di persone si sono affollate non nei campi di concentramento, ma nelle piazze di Madrid.

 

E L’ITALIA?

 Ecco il secondo motivo per cui il grafico di sopra ci torna utile: l’Italia decriminalizza l’omosessualità prestissimo, prima di moltissimi Paesi occidentali. Ma sappiamo tutti a che punto siamo arrivati oggi. 

Andiamo con ordine. Nel Codice Zanardelli del 1890, in effetti, non è citata l’omosessualità come reato, ma la politica generale tenuta nei confronti del mondo Queer è (allora come oggi) quella della “tolleranza repressiva”, una locuzione che i sociologi odierni riprendono da Herbert Marcuse (1965), e che in brevissimo vuol dire: magari non sarà reato, ma meglio che tu non lo faccia lo stesso. D’altronde un organo addetto alla repressione dell’omosessualità in Italia c’è già, la Chiesa. Da parte dello Stato invece risulta “più utile l’ignoranza del vizio”, spiega Zanardelli. Risulta più utile permettere all’omosessualità di esistere, purché essa stia zitta e nascosta, e non metta mai in discussione la subalternità rispetto alla normale e naturale eterosessualità. Questa negazione dell’esistenza stessa dell’omosessualità, coperta però da un leggero strato di tolleranza, incoraggia la “doppia vita”: dentro casa femminella, fuori maschiaccio. Ed è proprio questa doppia vita (oltre che l’indole nazionale che da sempre ci appartiene) che impigrisce la comunità LGBT+ italiana e ritarda la formazione di un gruppo controculturale fino alla nascita dell’Arcigay nel 1985 (tralasciando piccole, ma importanti, organizzazioni locali come la rivista e l’omonimo movimento Fuori!, fondati a Torino nel 1971). Piccola nota: ho deliberatamente saltato il periodo fascista, perché durante il ventennio “bastavano le mani, anzi i piedi, degli squadristi” (Mussolini, c.a. 1930) per mettere in riga gli omosessuali. Ah, e il confino politico, ovviamente tutto senza passare per il Codice penale.

DE IURE E DE FACTO

Queste vicende mettono in luce un’altra questione: la differenza tra ciò che è accettato de iure, cioè secondo la legge, e de facto, cioè secondo le effettive dinamiche sociali. Nonostante l’omosessualità non fosse un crimine era sconsigliato, anzi, pericoloso mostrarla in giro. Allo stesso modo, nonostante nel 2003 anche in Italia sia stata messa in vigore la direttiva europea per la non discriminazione in ambito lavorativo per orientamento sessuale e identità di genere, continuano ad essere comunissimi i casi di donne e uomini che devono abbandonare il proprio posto di lavoro perché vessati giornalmente da colleghi, capi e collaboratori per la propria sessualità.

A tal proposito, è molto interessante uno studio della Agenzia Europea per i Diritti Fondamentali (FRA) del 2019/20, in cui sono state raccolte 140 000 testimonianze di uomini e donne che si identificano come gay, lesbiche, transgender o intersex. Si chiama A long way to go for LGBTI equality, un nome perfettamente azzeccato. Spostando il focus solo sull’Italia, da questo studio emerge che 6 persone su 10 evitano di mostrare la loro affettività in pubblico, 4 su 10 dichiarano di essere state vittima di discriminazione, 3 su 10 di molestie. Vi lascio spulciare da voi gli sconcertanti risultati del report, ma già questi tre dati mostrano che la tolleranza repressiva non si è mai diradata del tutto. Solo un ultimo dato: il 41% delle persone sottoposte al questionario in Italia ha notato un aumento dell’intolleranza negli ultimi dieci anni.

FACILITIAMO LA BUROCRAZIA PER CHI NON RIENTRA NEI BINARI DI UNA SOCIETÁ ETERONORMATIVA

Lasciate che queste informazioni prendano significato nella vostra testa per un secondo. Il problema vero è che da sempre, almeno in Italia, la lotta per i diritti pro-LGBT+ è stata una lotta al ribasso. Forse vi ricorderete lo svilente dibattito politico in merito al disegno di legge, ora legge, Cirinnà sulle unioni civili. Sembrava una contrattazione da mercato: qual è il minimo che posso concedere ai gay per dare comunque la parvenza di non essere un bifolco? No, signora, l’adozione non ve la posso dare, vi dovete fare altri vent’anni di giostra politica. Tante care cose. Eeeh, per il matrimonio ci pensiamo un’altra volta. Il prossimo!

Per me l’idea dovrebbe essere proprio un’altra: tutto, subito, sempre. Ecco come potremmo rispondere alla prima domanda: tutto, subito e sempre. Serve una legge che punisca chi non rispetta il genere in cui una persona si identifica. Serve una legge che permetta alle famiglie “non convenzionali” di formarsi, unirsi e svilupparsi. Serve che sia più grave insultare un gay perché gay che insultarlo perché antipatico. Serve facilitare la burocrazia per chi non rientra nei binari di una società eteronormativa. Serve che si smetta di strumentalizzare i bambini per nascondere la propria omofobia. Serve bandire slogan come “l’utero in affitto”, o “un figlio non è un capriccio”. Serve che si abbandoni la mentalità per cui i diritti LGBT+ sono una concessione. Servono opere di sensibilizzazione. Serve insegnare ai genitori che se il proprio figlio gioca con le bambole non è da ricoverare. Serve “il gender nelle scuole”. Servono i film gay su Italia 1 la domenica. Serve Tiziano Ferro che fa outing. Serve Fedez che si schiera. Serve il Pride. Serve tutto, serve subito e serve sempre.

La Terna Sinistrorsa