La tradizione dei ‘’femminielli’’

«Io mi ritengo nu femmènelle, perché pe’ me il femmènelle è quello che è in mezzo tra l’essere gay e il transessuale».
Questa la definizione che dà di sé Bruno Buoninconti in questo video di RepTV. Ma chi è Bruno, e perché si definisce «nu femmènelle?».

Il “femmenèlle” è una figura tipica della cultura popolare partenopea, che si riferisce ad un maschio con comportamenti ed espressività marcatamente femminili. Spesso sovrapposto alla più diffusa realtà transgender o transessuale o all’ermafrodito, il “femmenèlle” rappresenta un’identità culturale e sociale molto peculiare e storicamente ancorata nel tessuto urbano napoletano.
Risulta essere un unicum nel panorama culturale italiano (come tante cose napoletane) perché si tratta di una figura che fa parte del tessuto sociale dei quartieri popolari dove è una persona rispettata, uno dei simboli tradizionali che affondano le radici in usanze e sincretismi religiosi legati alla Madre Terra, che nel sud dell’Italia continuano a sopravvivere.

 

Ancora oggi i femmenielli, esponenti della antica comunità omosessuale campana, sono i gelosi custodi e rispettati officianti di queste usanze. Bruno, leader della sua comunità locale, interpreta la figura centrale di questi riti nel documentario Pagani, in cui si rappresentano sul palcoscenico della città di Pagani, nei pressi di Pompei, il matrimonio della Zeza, la Figliata dei Femminielli e la processione della Madonna delle Galline, una Vergine venerata con canti e danze ancestrali.

Il matrimonio della Zeza (tradizionale processione che si compie a Carnevale), come raccontato anche nel video, consiste in un vero e proprio rovesciamento della tradizionale istituzione: come spiegato da Bruno stessз, «è tutto come in un vero matrimonio», fino all’ultimo dettaglio (lo sposo che va a prendere la sposa sotto il palazzo, il piatto che da tradizione viene rotto come buon augurio, la carrozza, i cunfiette) però l’assurdo è lì davanti a tutti: la sposa è «un femminile che non è femmina, e vedi lo sposo, che è un virile ma non è virile», e dentro non è vero niente. Quella è la magia. È così che i femminielli e il popolo possono ridere e farsi beffe delle convenzioni.

La figliata dei femminielli è un momento altrettanto significativo, in cui viene messo in scena fin nel minimo dettaglio tutto il processo della maternità: dalla gravidanza (simulata con degli stracci sotto la veste) fino al momento del parto in cui viene chiamata la levatrice; si mimano i dolori del parto, si mette in scena addirittura un feto finto, fatto di stracci, a cui viene dato un nome dopo averne constatato il sesso. Tutto in perfetta linea con la tradizione, di cui i napoletani sono tanto gelosi, ma per dissacrarla. È d’altronde considerato un rito apotropaico e di buon auspicio, ed è stato anche rappresentato da Özpetek all’inizio del suo film ‘Napoli Velata’.

Altro rito tradizionalmente caratteristico dei femminielli è la loro tombolata, che deve avvenire rigorosamente in un vascio[1] e che, a partire dal conosciutissimo gioco ─ nella variante della smorfia napoletana[2] ─ procede in modo rumoroso, sboccato, canzonatorio. Generalmente è la femmenèlla che tira a sorte i numeri proclamandoli ad alta voce e spesso al posto del numero fare riferimento al significato più diffuso e risaputo, che i presenti immancabilmente conoscono ed intendono.

Il divertimento della tombolata con i femminielli è dato proprio dalla “smorfia”: infatti, man mano che i numeri escono, il femmenèlla concatena in una sequenza logica e cronologica i relativi significati, creando una storia che si forma dalla casualità del sorteggio: è un “evento” che il femmenèlla ricorda man mano che esso si sviluppa e che viene commentato rumorosamente con divertimento o con finto scalpore dagli stessi femminielli e soprattutto dalle donne presenti al gioco.

L’ultimo momento topico che non si può non raccontare parlando dei femminielli è la tradizionale Juta a Montevergine, meravigliosamente raccontata da Zoro nella puntata con Loredana Rossi e Ileana Camurro, presidentessa dell’associazione trans Napoli. Il santuario della madonna di Montevergine si trova sul Partenio, monte che sovrasta Avellino, ed è dedicato a questa madonna nera[3], rappresentata in una meravigliosa pala lignea, e chiamata comunemente dal popolo Mamma Schiavona, la madre dal cuore grandissimo che perdona tutto ai suoi devoti che scalano la montagna fino a raggiungere il suo santuario. Leggenda narra che nel 1200, durante una bufera di neve, una coppia di amanti omosessuali venne scoperta e condannata a morte dalla comunità; perciò vennero legati ad un albero sul Monte Partenio, in modo che morissero di fame o di freddo. La Vergine, commossa dalla loro vicenda e dal loro amore, li liberò dalle catene e permise alla giovane coppia di vivere apertamente il loro sentimento di fronte all’intera comunità.

Il momento dunque in cui tradizionalmente i femminielli compiono la loro juta è la Candelora, ma i festeggiamenti e i riti che vengono svolti sono un grande e meraviglioso sincretismo di sacro e profano, di preghiere e di canti, e soprattutto di invocazioni dirette alla Madonna, quasi come se fosse davvero una mamma a cui chiedere aiuto e protezione, il tutto accompagnato e diretto dalle tammurriate, i tradizionali canti ritmati dal suono delle tammórre (o tamburelli). Pertanto la festa cristiana sembra celare sotto la sua patina di religiosità gli antichi festeggiamenti pagani in onore di divinità precristiane (si pensa che in origine al posto del santuario ci fosse un tempio dedicato alla dea Cibele) alle quali la gente offriva danze, inni, musica, libagioni e i frutti migliori della terra. Quelle danze e canti che erano preghiere e celebravano il prodigio della primavera, usanze molto simili a quelli che si praticavano in onore della Grande Madre – che divenne per sincretismo nel corso dei tempi Cibele, Cerere, Demetra, Giunone e poi Maria Santissima, Vergine e Madre di Cristo. La Magna Mater era la dea dei pagani e rappresentava la Terra, la fecondità e la rigenerazione del mondo, in un legame metafisico tra sessualità umana e fertilità vegetale. Molti fanno risalire la tammurriata ai culti misterici, come i Misteri eleusini, dove canto e danza diventavano preghiera grazie all’uso di un tamburo, e il cui ciclo iniziava a febbraio con i Piccoli Misteri (come il rito della Candelora a Montevergine) sino a settembre (Grandi Misteri).

Al termine di questo incredibile viaggio nelle tradizioni e i misteri della cultura partenopea, è necessario però puntualizzare il fatto che, anche se la cultura tradizionale napoletana offriva all’omosessuale (per lo meno a quello effeminato e “passivo”) un ruolo socialmente accettato e un’identità visibile e socialmente riconosciuta, è anche vero che la sola professione aperta a tale ruolo era, di fatto, la prostituzione, spesso nelle mani d’uno sfruttatore, sempre esposta alle estorsioni della malavita organizzata, che non nascondeva il proprio disprezzo per i “ricchioni”. Per questo, per non dimenticare l’importanza delle lotte per l’affermazione dei propri diritti da parte della comunità LGBT+ è bene chiudere con una meravigliosa canzone di Pino Daniele, dal titolo Chillo è nu buono guaglione (qui la traduzione), dedicata a questз Teresa che desidera e cerca il proprio riconoscimento nella società ma è relegatз all’umiliante condizione della prostituzione per vivere.

NOTE

^[1] Il famoso basso napoletano

^[2] Smorfia napoletana

^[3] Madonna nera

La Terna Sinistrorsa