LA VERA BELLEZZA

di Marco Dubini

L’OPINIONE DI KEMPNER SU MANN

Thomas Mann durante la sua prolifica carriera letteraria si fece alcuni nemici. Tra questi il suo più accanito detrattore fu Alfred Kempner, critico letterario e scrittore.

L’opinione di uno scrittore, come è ben noto, è distorta da diversi bias, (“Se è brutto lo odio perché odio la brutta prosa, se è buono sono invidioso e lo odio ancora di più” scriveva Woody Allen), ma la critica di Kempner non ha per oggetto l’estetica della prosa manniana: la sua invettiva  è puramente moralista.

Secondo Kempner, Mann all’interno delle sue opere tesserebbe un subdolo elogio alla pedofilia, permettendo a simili scabrosi sentimenti di insinuarsi nella casa del buon borghese.

Che Kempner si considerasse senza peccato è cosa curiosa – dal momento che alla tenera età di cinquantun’anni decise di prendersi in moglie una signorina appena ventenne – ma è forse ancor più curioso notare come certe obiezioni intelligenti alla “qualcuno pensi ai bambini” non siano affatto una novità dei giorni nostri.

La novella di Mann incriminata è La morte a Venezia, pubblicata per la prima volta nel 1912. Oggi i timori di Kempner sulla normalizzazione della pedofilia sono stati ampiamente smentiti e soprattutto, col senno di poi, paiono ridicoli se si pensa alle catastrofi che il secolo avrebbe portato di lì a poco. Ciò che invece rimane immutato, oggi come allora, è l’immenso fascino dell’opera di Mann che rimane tra le più amate del romanziere tedesco.

LA NOVELLA INCRIMANATA

 La morte a Venezia racconta della passione di August von Aschenbach, alter ego dello stesso Mann, per il giovane polacco Tadeusz, alter ego di Wladyslaw Moes, in una Venezia disastrata da un’epidemia di colera. Quello descritto è un amore struggente quanto platonico, quello stesso amore per cui la fine sensibilità dell’artista desidera la bellezza, “la sola forma dell’immateriale che siamo in grado di percepire coi sensi e che i nostri sensi siano in grado di sopportare”.

La prosa di Mann ci accompagna insieme all’innamorato per le calli di una città pestilenziale, le cui bruttezze non sono che fuggevoli visioni nella devota ricerca dello splendido giovane. La sua immagine, allo sguardo stralunato dell’amante, è invece quella di una divinità che nasce dalla spuma del mare suscitando mitiche fantasie, “una leggenda poetica di età primitive, delle origini della forma e della nascita degli dèi”.

Si noti come, ciò che di più bello e di più puro vi è in questo amore, così assurdo in mezzo al trionfo della morte da rasentare il fantastico, è la reale passione che sgorga da ogni riga. Mann incontrò Wladyslaw durante una vacanza ed ogni emozione, ogni intimo sospiro è sublimato tra le pagine di questo imperituro capolavoro.

Nondimeno quello per il giovane polacco non fu l’unico amore di Mann: la frustrazione del suo sentire per Armin, compagno di scuola, donerà ai posteri Tonio Kröger, altro celebre racconto spesso edito assieme al suddetto La morte a Venezia.

NOBILI SENTIMENTI E TURPI PERVERSIONI

 Eppure, nel godere di questi scritti, si prova un’amarezza indicibile. Al pensiero che ad un sentimento tanto nobile si paragonasse – e in alcuni ambienti si paragoni tutt’ora – la più turpe perversione fa montare la rabbia. La morte a Venezia è paragonabile ad una natura morta: l’artista riesce a dipingere, ad immortalare, la meraviglia della vita solo dopo averla uccisa, castrata.

Questa forse è la vera bellezza in Mann: le stesse convenzioni morali che gli impedirono di godere appieno di questa passione lo condussero a comporre un inno all’amore dalla potenza immortale che valse lui il premio nobel e, con esso, un posto d’onore nel Pantheon dei più grandi artisti della parola.

La Terna Sinistrorsa