Satoshi Kon: una penna d’avanguardia dell’animazione giapponese

Quando si pensa ai lungometraggi di animazione giapponese, ciò che ci viene in mente è, con molta probabilità, lo studio Ghibli. E i film di Dragon Ball, ovviamente, ma di quel figo di Janemba ne parleremo un’altra volta. Eppure, c’è tanto altro da scoprire. Un esempio? Beh, forse lo avrete intuito dal titolo… Satoshi Kon, ma prima un minimo di contesto. Negli anni ’80 quello dell’animazione è un mercato estremamente competitivo, in Giappone come nel resto del mondo, vengono sfornati prodotti in grandissima quantità per soddisfare il pubblico numeroso ed affamato, ovviamente tutto a discapito del budget e del tempo di produzione. Attenzione, ci sono delle perle che spiccano, come le opere di Osamu Tezuka o di Mori Masaki, ma la vera svolta avviene nell’85, quando Hayao Myazaki e Iseo Takahata fondano lo studio Ghibli: tra strategie di marketing vincenti e un’idea di animazione incentrata sulla qualità delle opere i due acquisiscono una grandissima popolarità in Giappone, e cominciano a farsi conoscere anche oltreoceano con i loro primi lavori come “Il mio vicino Totoro” e “Una tomba per le lucciole”. All’alba degli anni ’90, però, l’eroe del sol levante è Katsuhiro Otomo, autore di innumerevoli opere, ma nello specifico di ‘Akira’. Approdato in Occidente, infatti, il film mostra al pubblico americano ed europeo tutta la sua fantascienza cyberpunk distopica (e un sacco di motociclette tostissime), e gli fa capire che l’animazione nipponica è estremamente interessante per ogni tipo di pubblico, sia da un punto di vista tecnico che contenutistico. D’altronde Akira è probabilmente l’anime più influente di sempre nel mondo occidentale (nonché il film preferito di Kanye West, mica pizza e fichi). E sapete chi c’era a fare da assistente a Otomo quando scriveva il manga di Akira? Esatto, Satoshi Kon, uno sbarbatello della prefettura di Hokkaido che aveva debuttato nell’84 con il manga ‘Catturato’. Ma aveva debuttato bene, tanto che il maestro Otomo lo notò. Otomo prende Kon sotto la sua ala protettiva, e nel 1991 gli affida la direzione artistica di ‘Roujin Z’, film di stampo akiriano, di cui lui avrebbe curato la sceneggiatura. Quattro anni dopo, Otomo propone a Kon di sceneggiare uno dei tre corti che avrebbero composto l’antologia ‘Memories’, anzi, il primo dei tre, ‘Magnetic Rose’. Premesso che questa antologia è assolutamente da vedere anche per gli altri due corti, ‘Stink Bomb’ e ‘Cannon Fodder’, la vera stella è proprio ‘Magnetic Rose’, una storia di mistero, fantascienza, illusioni, ma soprattutto una storia d’amore, di desiderio. Questa è la prima occasione per Kon di sfoggiare tutto il suo genio in una posizione di minore sudditanza verso Otomo: non è più solo il suo pupillo, ma un artista pronto per lanciarsi nel mondo dell’animazione. Già ora, i cardini del linguaggio konniano sono ben visibili: un intreccio complesso, ampio e profondo; l’amore per il mistero; lo spiccato senso del ritmo registico; l’interesse per il mondo onirico/illusorio, sia nella sua estetica che nella sua carica espressiva; la capacità di affondare le radici dei propri surreali racconti proprio nella realtà; e infine un nostalgico romanticismo.
Nel 1997 esce il primo lungometraggio diretto da Satoshi Kon, ‘Perfect Blue’. Il film è probabilmente il primo thriller psicologico del mondo dell’animazione, e racconta la storia di Mima, una pop idol estremamente acclamata che decide di uscire dal suo gruppo, le Cham, per perseguire una carriera nel mondo della recitazione. Questa scelta non ottiene proprio il favore del suo pubblico, ed in particolare quello di un fan ossessionato, un vero e proprio stalker autore del sito, Mima’s Room, dove descrive minuziosamente le giornate della ragazza, e che poi riesce sempre di più infiltrarsi nella sua vita, e nella sua mente. La tensione cresce con dei tempi estremamente azzeccati, e condiziona anche la regia: è confusa, ansiosa, tremolante, piena di scene intermittenti, di “cromatismi temporali”, e nel corso della pellicola allucinazioni, sogni, vita digitale e realtà si fondono, si accavallano e si cancellano vicendevolmente. Come iniziamo a capire, l’animazione konniana è molto espressiva, e le scelte registiche contribuiscono a questa espressività. Durante la visione dei film di Kon una domanda che ci si pone molto spesso è: “sto guardando un sogno? O è la realtà? O allucinazioni, ricordi, pensieri, o forse solo un film?”. Nel secondo lungometraggio la risposta è sempre e solo “sì”: parliamo di ‘Millennium Actress’, del 2001. Chiyoko Fujiwara, una grande attrice ormai in pensione si racconta a due giornalisti per un’intervista: narra della sua infanzia, nella Kanto degli anni ’20 e ’30, di quando era stata adocchiata da un regista che la voleva far recitare nelle sue pellicole in, e di sua madre, categoricamente contraria. Uscita dall’incontro con il suddetto regista e la suddetta madre, si imbatte per caso in un uomo misterioso, un pittore sovversivo contro la guerra in Cina. Lei lo aiuta a nascondersi dalla polizia giapponese e prima di proseguire nella sua fuga, lui le regala un oggetto importantissimo, la chiave per “la cosa più importante al mondo”. Chiyoko decide quindi di accettare la proposta del regista e di partire verso il sud est asiatico, seguendo non tanto la vocazione da attrice ma l’amore, la curiosità, il desiderio verso quell’uomo e quella chiave. Da questo punto si diramano tre linee narrative: la ricerca di Chiyoko, la storia dei suoi film e del cinema giapponese in generale (sì, ci sono i ninja), e il reportage dei due giornalisti. Queste si intrecciano per tutta la pellicola in maniera apparentemente confusionaria: si passa da una scena all’altra senza soluzione di continuità, e i personaggi di una interagiscono con quelli di un’altra, e sembra tutto un gran casino. In realtà è tutto profondamente significativo per esprimere la tematica fondamentale della pellicola: l’amore.
L’amore è un pilastro portante dell’animazione di Kon. È un sentimento molto romantico, nel senso letterario del termine: l’amore è mancanza, è passione, è una maledizione che ci costringe ad una perenne ricerca verso “la cosa più importante al mondo”. Ma è anche un motore che ci dà la spinta per proseguire in questa ricerca. È inquietudine e concentrazione, vincolo e determinazione, è “sehnsucht”, la “malattia del doloroso bramare”. In questo senso, troviamo amore in tutti i lavori di Kon: i personaggi sono immersi in un tessuto in cui non possono fare altro che seguire il proprio filo, ma questa limitatezza, questa “siepe” di Leopardi, li spinge a proseguire con più forza possibile, per scoprire ciò che si trova all’altro capo. È questo il caso dei protagonisti di ‘Tokyo Godfathers’ del 2003, tre improbabili barboni riuniti in un’improbabile convivenza ai margini della propria città. Gin è un ubriacone vagabondo ex padre di famiglia, Hana è una donna trans ex drag queen, e Miyuki è una ragazzina scappata di casa ex viziata cocca dei genitori. La notte della Vigilia di Natale, i tre trovano un bambino abbandonato nell’immondizia, e il giorno dopo decidono che lo avrebbero portato direttamente ai genitori. Perché non alla polizia? Perché sennò non ci sarebbe il film, ovviamente, ma anche perché nel bambino i senzatetto vedono un’opportunità di riappropriarsi della propria responsabilità, di seguire il proprio filo. Seguono avventure e peripezie che porteranno Gin, Hana e Miyuki a scontrarsi con la città da cui sono stati rigettati, con le loro vite precedenti, con le loro vere indoli e con quelle di chi sta loro intorno… ah già, e con la Yakuza.
In fondo ‘Tokio Godfathers’ è una storia estremamente semplice e genuina, una storia di coincidenze, di ritrovamenti, di cose che tornano al loro posto. E se è piacevole godersi il miracolo di Natale, è anche interessante notare il sottotesto realistico della vicenda. Kon ama proporre riflessioni sulla società che lo circonda, e ciò che ne viene fuori è l’immagine di un mondo governato da una falsa meritocrazia, da una competitività tossica e da un becero senso del decoro che non ammette né eccezioni né sbagli. Ma anche un mondo in cui queste eccezioni esistono: i personaggi di Kon sono complessi, tridimensionali, grigi, hanno storie variegate, motivazioni profonde per le loro azioni e ambizioni ben spalleggiate dalla loro condizione. La stessa attenzione verso la realtà la troviamo anche nella successiva opera di Satoshi Kon, che non è un film ma bensì una serie animata: ‘Paranoia Agent’, del 2004. La serie si apre con l’aggressione di Tsukiko Sagi, disegnatrice di una delle più famose mascotte tra i bambini del Giappone, da parte di un misterioso ragazzino che la colpisce con una mazza da baseball. Partono quindi le indagini per trovare questo Shonen Bat (letteralmente ragazzo mazza), che continua ad andare in giro su pattini dorati a colpire i suoi bersagli. Ben presto le indagini portano i detective, e con loro il pubblico, a comprendere che ciò che accomuna questi bersagli è un sentimento di oppressione dato dal mondo che li circonda, l’ansia delle scadenze, della competizione, dell’invidia altrui, la paranoia: lo Shonen Bat arriva quando ci si sente “con le spalle al muro”, come dice uno dei due investigatori, e sembra quasi che lasci le sue vittime in qualche modo rasserenate.
‘Paranoia Agent’ è probabilmente l’opera più complessa di Kon. Grazie al successo ottenuto con i precedenti lavori, infatti, egli ottiene una libertà creativa senza precedenti, e forte anche del minutaggio di una serie, incomparabile con quello di un film, decide di inserire numerosissime tematiche come il mistero, l’analisi psicologica, la denuncia sociale e la difficoltà nei rapporti interpersonali in una società fondamentalmente individualista. Inoltre, la serializzazione permette di alternare episodi profondamente drammatici, ad altri ricchi di tensione, o surreali, o perfino umoristico-comici. Ciò che arriva a noi è una serie animata prodotta quasi vent’anni fa dall’altra parte del mondo che parla della società a lei vicina, ma in cui noi ritroviamo una brillante riflessione sul nostro mondo. Nel 2006 esce l’ultimo film completo di Satoshi Kon, per un motivo che chiariremo in seguito. Si tratta di ‘Paprika – Sognando un sogno’, adattamento abbastanza libero dell’omonimo romanzo di Tsutsui Yasutaka. La storia si incentra su un dispositivo, il DC-mini, che permette di entrare nei sogni altrui, e che viene utilizzato dalla dottoressa Chiba Atsuko nella sua pratica di psicoterapia. Un giorno uno di questi dispositivi viene rubato e utilizzato per far fondamentalmente impazzire le vittime del ladro, che provoca loro allucinazioni ad occhi aperti e li fa agire in modo inconsulto e pericoloso. La dottoressa, aiutata dall’investigatore Konokawa, suo paziente, e dall’inventore del dispositivo, Tokita, dovrà ritrovare il DC-mini e scovarne l’autore del furto. La componente onirica in questo film è, ovviamente, fortissima. Non si tratta però di un elemento che confonde le acque, come per esempio in ‘Perfect Blue’, ma anzi, fa da collante tra tutte le vicende che vediamo a schermo: non si tratta di svarioni individuali, ma è proprio “il mondo intero [che] sta sognando”, dirà Atsuko. Paradossalmente, infatti, questa è l’opera più lineare e meno stratificata di Kon, nonostante il solito amalgama tra sogno e realtà, e per questo quella che si consiglia per entrare nel suo immaginario. I sogni di ‘Paprika’ sono strapieni di elementi, spesso senza nessun valore simbolico per il pubblico ma solo pregni di carica estetica: elettrodomestici che camminano, bande musicali di rane antropomorfe, statue della libertà e così via. Chissà cosa ricordano al sognatore che se li sta immaginando, ma sicuramente rendono l’immagine assurda, spettacolare ed incredibilmente divertente. Una piccola parentesi va fatta sulla colonna sonora del film che asseconda questo spirito fuori di testa. È stata composta da Susumu Hirasawa, che aveva accompagnato il regista in quasi tutti i suoi lavori, ed è il perfetto mix tra sonorità classiche/orchestrali ed elettroniche, con influenze dal mondo della trance anni ‘90, voci naturali e sintetizzate ed atmosfere tese, solenni, nostalgiche, drammatiche ed avventurose. Come detto, ‘Paprika’ è l’ultimo film di Kon. Egli, infatti, muore il 24 agosto 2010 per via di un tumore. Negli anni precedenti stava lavorando ad un altro film che non ha mai visto la luce, ‘Yumemiru Kikai’, in inglese ‘Dreaming Machine’. La Madhouse, casa di produzione di Kon, ha poi cercato un regista che potesse sostituirlo, ma per problemi finanziari dell’azienda e per la difficoltà ad affidare a terzi un lavoro così personale, qualche anno fa è stato annunciato che questo film non uscirà mai. L’eredità di Kon, comunque, rimane intatta, e dobbiamo essere contenti di poterne godere. Adesso avete una carrellata delle opere di Satoshi Kon, e sono sicuro che ce ne sarà qualcuna che ha stuzzicato la vostra attenzione. Ecco non perdete di vista questa scintilla di interesse e recuperatevi le opere di un artista che è stato alunno e poi maestro, che ha saputo cogliere lo spirito del mondo in cui ha vissuto ed è riuscito ad imprimerci il proprio genio.
La Terna Sinistrorsa