REG2177

di Liv

Venerdì – l’inghiottimento

Il treno parte tra quattro minuti. La gomma delle scarpe stride, lasciando piccolissime pozzanghere sulle mattonelle della stazione. Senti le tue stesse unghie conficcarsi nel tuo palmo. Stringi stretto il borsone logorato della Nike coi panni sporchi da portare a casa. Prima o poi comprerai una lavatrice. Binario 11.

Il sedile è scomodo, come al solito. 15 ottobre, 18:28. Cosa hai corso a fare? Tanto non parte mai in orario. Potevi stare un po’ col naso fuori dalla mascherina a respirare quella serata milanese tra pioggia, Gaultier e ossido d’azoto. Controlli le notifiche del telefono: uno sconto su Deliveroo che non userai, un meme su Instagram da un’amica che non vedi da mesi. Un po’ ti manca.

L’accelerazione improvvisa del vagone ti fa sbattere la nuca contro l’imbottitura dello schienale; entrambi gli auricolari ti crollano sulle spalle, ciondolanti. Stretti tra pollice e indice, tornano a posto. Con un tocco sullo schermo fai partire la solita playlist da viaggio. Mentre suona la prima canzone vedi sfrecciare via i tetti di Lambrate; quasi come se scappassero loro, e il tuo treno fosse fermo. Come se fosse il mondo a rassettarsi sotto i tuoi occhi. Occhi castani, pensierosi, assonnati, subito addormentati.

Ti risvegli di colpo, la vettura è ferma e buia; fuori dai finestrini non scorre il cielo, ma una membrana fibrosa. Ti avvicini a guardarla e trovi il tuo stesso viso incredulo: intrisa di squame, la pelle riflette infinitamente i tuoi zigomi, le tue labbra, le tue narici. Barcolli all’indietro, occupando il corridoio del vagone: intorno a te solo sedili vuoti.

“Cosa succede? Perché siamo fermi?”

Le parole riecheggiano nelle vetture vuote; guardando lungo il corridoio vedi le luci spegnersi, vagone per vagone. Senti il fiato mancare, i denti digrignarsi. Arrivi all’ultima carrozza, l’unica ancora accesa. Noti, inorridendo, che il picchiettare delle gocce di pioggia è stato rimpiazzato da un cigolare metallico. Mentre l’ultima lampadina si spegne realizzi che, come una lattina, il treno si sta comprimendo su sé stesso. Nel buio pesto bussi furiosamente su quella che sembra la porta della cabina di guida.

“C’è qualcuno? Fatemi uscire!”

La tua voce riesce appena a sovrastare i boati dell’acciaio, sempre più compresso, sempre più vicino. Una lamina crolla dal soffitto, sfiorando il tuo piede. Un urlo ti sfugge dalle labbra, bagnate di lacrime. Finalmente un buon motivo per avere un attacco di panico, direbbe tua madre. Ma poi, chissà se ti salverai per raccontarglielo.

Improvvisamente, una lama di luce taglia il corridoio; contemporaneamente, l’aria si impregna di un sibilo animale, mentre il metallo si comprime ancora più velocemente. Lo squarcio sul soffitto è sempre più basso. Cerchi di avvicinarti, gattonando; gocce scure colano dalla pelle squamosa, squarciata nettamente da qualcosa di affilato. Cerchi di metterti in piedi tastando quel soffitto viscido, la camicia sempre più madida di sudore misto a sangue, le braccia coperte di squame. Appena il metallo lambisce i tuoi fianchi, due mani si aggrappano alle tue. La luce ti inghiotte.

Sabato – la digestione

La figura indossa lembi di stoffa sovrapposti alla rinfusa. Ondeggiano nel vento mentre corre e ti fa cenno di seguirla. Scivolate giù dalla pelle squamosa, atterrando in una duna di sabbia. Ti guardi intorno, gli occhi si abituano alla luce: siete in un deserto di cui non vedi la fine, granelli su granelli di desolazione. Con fatica incespichi via dal treno, seguendo l’altro individuo. Scorgi una piccola costruzione, incastrata sul fianco di un banco di sabbia. Arrivate presto e l’altro si gira a guardarti. Ha delle lenti spesse, a specchio: in esse vedi la scena alle tue spalle, e ricordi che nella foga non hai neanche pensato di girarti. Forse per paura. Un enorme serpente. Si contorce, sibila, ferito. Giace su una coppia di binari, metallici e roventi. Ora che guardi meglio la distesa ne è piena; rette infinite, in punti sovrapposte, solchi indelebili. Lo sconosciuto apre una porta facendoti cenno di entrare.
“Dove siamo?” chiedi, con voce trafelata. Ti risponde un timbro profondo, arrugginito: “Dove le rette parallele si incontrano.”
Vi sedete per terra, su mucchi di stracci. Una lamina scalfita fa da tavolo, ci vedi riflesso il viso del tuo interlocutore: occhi scuri, barba, capelli tirati in una coda bassa. Ha la pelle abbronzata, i denti bianchi. Emana un fetore di sudore e qualcosa di non classificabile, di morto. Rimasugli di carcassa.
“Hai avuto fortuna, oggi sono uscito di giorno. Fortuna che avevo fame! Altrimenti divoravano anche te.”
L’uomo ride, quasi a prenderti in giro. Ti porge una ciotola con un liquido verdastro e melmoso; ne bevi un sorso. Ha un odore simile al pollo, ma dolciastro. Ti rimane qualcosa attaccato a un dente: una squama.
“Come sono- com’è finito qui il mio treno?”
“Come, quando, perché, dove… quante domande che fai! Bevi che ti fa bene.””
Riesci a strappargli delle informazioni, tra un sorso e l’altro. Gli chiedi come si chiama, e ti risponde che non serve saperlo, tanto siete solo in due, non rischiate fraintendimenti. Ti spiega che la notte non passano i treni, quindi i serpenti non mangiano. Escono solo di giorno, a cibarsi di metallo. Dice che difficilmente sopravvive qualcuno ed è da tempo che non parla con anima viva. Ti sembra verosimile: quel pazzo non sembra rendersi conto dell’assurdità della situazione. Come se, per lui, il mondo fosse pieno di serpenti divora-treni. Ma, almeno per ora, non ti risulta sia così. Mentre discutete, l’uomo si alza. In un angolo della stanza, noti un ammasso di pezze sparse: il tuo interlocutore allungando le braccia si sfila le vesti, mostrando un’inquietante magrezza. Sulla sua schiena un reticolo di costole e cicatrici: rette infinite, in punti sovrapposte, solchi indelebili. Il tuo sguardo curioso suscita in lui un sorriso storto, sintomo di un volto ormai poco allenato a cambiare forma.
“Immagino tu voglia tornare a casa.”
È steso sul letto, intento a giocare con la lama di un coltello. Dal soffitto di tele filtrano le ultime luci della giornata. Pensi che lo sconosciuto probabilmente non vuole che te ne vada. Ti guardi i piedi e ascolti il silenzio. I serpenti fuori hanno smesso di sibilare da un pezzo.
“Ti sveglio prima dell’alba. Devi prendere il primo treno.”

Domenica – il rigurgito

Sei in piedi accanto ai binari. Un paio tra i tanti, infiniti. Il sole non è ancora sorto, la sabbia dorme. Lo sconosciuto è chinato a terra, orecchio sull’acciaio. Dietro alle lenti a specchio è impossibile capire verso dove stia guardando: nel riflesso vedi il tuo viso stanco, sveglio da poco.

“Sta arrivando”

sussurra l’altro alzandosi in piedi al tuo fianco. La terra comincia a tremare, il tuo sguardo cerca un treno in lontananza, senza riscontri. Finché, con orrore, vedi che la sabbia sotto ai tuoi piedi sta scorrendo, lasciando trapelare una membrana brillante. Ti giri di scatto a guardare il tuo compagno, che sorride e ti prende la mano.

Il serpente emerge dalla sabbia solcando le dune e seguendo il binario. Vi tenete in equilibrio grazie a quello che sembra un miracolo, mentre all’orizzonte appaiono due fari giallognoli: i due sguardi rettilei si incontrano, sfidandosi. L’animale si stende sulle rotaie, le fauci sempre più spalancate verso il treno che si avvicina, inesorabilmente, senza frenare. La colazione è servita.

“Aggrappati forte a me.”

Il sole sta sorgendo, i primi bagliori risplendono nelle lenti del pazzo. In assenza di alternative, decidi di fidarti.

La cima del treno imbocca la gola del serpente; l’uomo balza in avanti, trascinandoti. Con uno scatto del braccio conficca il suo coltello nel guscio metallico della prima carrozza, appena prima di essere inghiottiti. La gola del rettile vi appiattisce lungo il tetto, scorrendo viscida sulle vostre schiene. Il cacciatore di serpenti ti lascia andare, forzando la lama fuori dal metallo. Si gira a guardarti di fretta, mentre alza il coltello verso l’alto.

“Trova uno sportello da cui entrare. Dovresti sfuggire agli altri.”

La pelle si apre, lacerandosi intorno all’arma affilata. Lo straniero si alza in piedi, coperto di squame. Lo guardi con sgomento e sembra leggerti nel pensiero.

“Non posso tornare. Non più.”

Senti appena la sua voce, coperta dal frastuono delle rotaie. Il treno riprende velocità, lasciandosi alle spalle la carcassa squamosa. Dietro gli occhiali specchiati una voce rotta pronuncia il suo addio.

“Buon viaggio.”

Con un balzo il cacciatore salta giù dalla vettura, sparendo nel polverone. Gattonando trovi un’apertura, e aprendola di scatto cadi nell’abitacolo. Fuori vedi le solite pianure lombarde; la pioggia scorre sul finestrino, la musica negli auricolari, lasciati cadere sul sedile scomodo. Il tuo borsone semiaperto lascia intravedere una pila di panni puliti. Stai già tornando? 17 ottobre, 20:40.

Attenzione: avvisiamo i gentili passeggeri che il treno arriverà a Milano Lambrate con dieci minuti di ritardo. Ci scusiamo per l’inconveniente.

Il pannello sopra la tua testa si è chiuso, senti che la caduta ti ha lasciato lo stomaco in subbuglio. Corri lungo il corridoio, tossendo, reggendoti sui poggiatesta mentre barcolli. Varcando la porta del bagno, non riesci a trattenerti. Dalla tua bocca al lavandino sfocia un fiotto di liquido verdastro, melmoso. Continuando a tossire ti sciacqui la bocca. Qualcosa ti graffia sul retro del palato, cerchi di liberartene con le mani: strette tra pollice e indice, squame.

La Terna Sinistrorsa