Venerdì – l’inghiottimento

 

Il treno parte tra quattro minuti. La gomma delle scarpe stride, lasciando piccolissime pozzanghere sulle mattonelle della stazione. Senti le tue stesse unghie conficcarsi nel tuo palmo. Stringi stretto il borsone logorato della Nike coi panni sporchi da portare a casa. Prima o poi comprerai una lavatrice. Binario 11. 

 

Il sedile è scomodo, come al solito. 15 ottobre, 18:28. Cosa hai corso a fare? Tanto non parte mai in orario. Potevi stare un po’ col naso fuori dalla mascherina a respirare quella serata milanese tra pioggia, Gaultier e ossido d’azoto. Controlli le notifiche del telefono: uno sconto su Deliveroo che non userai, un meme su Instagram da un’amica che non vedi da mesi. Un po’ ti manca.

 

L’accelerazione improvvisa del vagone ti fa sbattere la nuca contro l’imbottitura dello schienale; entrambi gli auricolari ti crollano sulle spalle, ciondolanti. Stretti tra pollice e indice, tornano a posto. Con un tocco sullo schermo fai partire la solita playlist da viaggio. Mentre suona la prima canzone vedi sfrecciare via i tetti di Lambrate; quasi come se scappassero loro, e il tuo treno fosse fermo. Come se fosse il mondo a rassettarsi sotto i tuoi occhi. Occhi castani, pensierosi, assonnati, subito addormentati. 

 

Ti risvegli di colpo, la vettura è ferma e buia; fuori dai finestrini non scorre il cielo, ma una membrana fibrosa. Ti avvicini a guardarla e trovi il tuo stesso viso incredulo: intrisa di squame, la pelle riflette infinitamente i tuoi zigomi, le tue labbra, le tue narici. Barcolli all’indietro, occupando il corridoio del vagone: intorno a te solo sedili vuoti.

 

“Cosa succede? Perché siamo fermi?”

 

Le parole riecheggiano nelle vetture vuote; guardando lungo il corridoio vedi le luci spegnersi, vagone per vagone. Senti il fiato mancare, i denti digrignarsi. Arrivi all’ultima carrozza, l’unica ancora accesa. Noti, inorridendo, che il picchiettare delle gocce di pioggia è stato rimpiazzato da un cigolare metallico. Mentre l’ultima lampadina si spegne realizzi che, come una lattina, il treno si sta comprimendo su sé stesso. Nel buio pesto bussi furiosamente su quella che sembra la porta della cabina di guida.

 

“C’è qualcuno? Fatemi uscire!” La tua voce riesce appena a sovrastare i boati dell’acciaio, sempre più compresso, sempre più vicino. Una lamina crolla dal soffitto, sfiorando il tuo piede. Un urlo ti sfugge dalle labbra, bagnate di lacrime. Finalmente un buon motivo per avere un attacco di panico, direbbe tua madre. Ma poi, chissà se ti salverai per raccontarglielo.

 

Improvvisamente, una lama di luce taglia il corridoio; contemporaneamente, l’aria si impregna di un sibilo animale, mentre il metallo si comprime ancora più velocemente. Lo squarcio sul soffitto è sempre più basso. Cerchi di avvicinarti, gattonando; gocce scure colano dalla pelle squamosa, squarciata nettamente da qualcosa di affilato. Cerchi di metterti in piedi tastando quel soffitto viscido, la camicia sempre più madida di sudore misto a sangue, le braccia coperte di squame. Appena il metallo lambisce i tuoi fianchi, due mani si aggrappano alle tue. La luce ti inghiotte.

La Terna Sinistrorsa