I ritratti di mr gwyn

di Diego Bindoni

Nel 2011 Alessandro Baricco pubblica un romanzo intitolato “Mr. Gwyn”. La storia tratta di uno scrittore, Jasper Gwyn,  che all’età di 43 anni decide di smettere di scrivere e opta per un impiego totalmente diverso: il ritrattista. Il signor Gwyn non sa dipingere, per tutta la vita ha scritto e scrivere è il campo che gli compete, in cui eccelle. Come fare?

Anzitutto lo studio: lo scrittore allestisce un grande spazio, un loft, con un arredamento minimal. Sceglie la musica, un loop composto di rumori, “un fondale sonoro in grado di mutare come la luce durante il giorno, e quindi in maniera impercettibile e continua. Soprattutto: elegante”. Si prende cura dell’illuminazione, scegliendo delle “Caterina de Medici”, lampadine di una luce “Infantile” che si sarebbero spente flebilmente dopo 32 giorni, una dopo l’altra, senza un ordine.

Concluso il teatro di posa, come ritrarre?

Per un mese, il soggetto posa, nudo, 4 ore ogni giorno. A volte Mr.Gwyn è presente, altre volte no. In silenzio il tempo passa e finisce. 

Alla fine lo scrittore si prende qualche giorno per ritrarre, scrivendo un testo, una storia, che parli del soggetto. Nel ritratto tutto è soggetto: i testi, le ambientazioni, il filo della trama, i colpi di scena sono e costituiscono il ritratto. Il soggetto è la storia intera.

una ragazza sdraiata si copre il viso con le mani

La volontà di duplicare la nostra immagine su un qualsivoglia supporto non è nuova né figlia del mondo moderno, anzi: è vecchia quanto noi e costitutiva del nostro essere umani.

Certo è che il nostro modo di mettere in atto questo desiderio, che punta in qualche modo alla trascendenza, cambia e muta e si trasforma a seconda degli strumenti che si hanno a disposizione e che si decide di mettere in atto. 

Possiamo usare una tela e tingerla con del colore messo nei punti giusti, oppure usare alogenuro d’argento in gelatina sintetica per catturare la luce  attraverso un obbiettivo e imprimerla su un supporto: una fotografia analogica. Se il progresso tecnologico fa ancora qualche timido passo in avanti, possiamo usare dei piccoli chip in silicio e qualche altro materiale pesante per ritrarre qualcosa con uno smartphone, strumento leggerissimo e levigato. 

Ora, vien da sé come ogni supporto preveda una serie di vantaggi e svantaggi, di problematiche anche logistiche da affrontare. Adottare la tela o lo smartphone ha la facoltà di cambiare la natura stessa del ritratto. Compiere questo passo significa anche cambiare la percezione di noi stessi.

Cerco di procedere in maniera più schematica. Roland Barthes ne “La Camera Chiara” afferma che: “una foto può essere l’oggetto di tre pratiche (o emozioni): fare, subire, guardare”. Barthes distingue quindi tra l’Operator, il fotografo, lo Spectator, vale a dire noi fruitori e lo Spectrum, ovvero colui che è fotografato, bersaglio dell’azione. Questo schema si applica a tutti i metodi sopra descritti, con la differenza che i tre elementi, che si relazionano intimamente tra loro, vengono impersonati da persone differenti con il tempo che avanza.

Davanti all’obiettivo, io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte

Roland Barthes, "La Camera Chiara", 1980

Molti personaggi, layer, filtri, percezioni stanno dentro questo atto semplice. La narrativa della vita e del momento che il ritratto vuole mettere all’angolo e fissare si lacera, si divide in tanti corsi d’acqua davanti a questo accrocchio di attori che pretendono la loro parte mostrando l’uno il contrario dell’altro.

Il mondo moderno non può permettersi questa complessità. La rivoluzione tecnologica ha ucciso ogni mediatore, ogni sacerdote o maestro, in modo da favorire la velocità del contenuto, la leggerezza, il liscio, il levigato. Trasparenza, velocità, semplicità chiedono e generano il selfie, dove operatore, spettatore e spettro si sovrappongono e si riuniscono in un’unica persona: tu. 

Questo ballo di Narciso sul pelo dell’acqua non si esaurisce in un unico atto, ma si ripete ancora e ancora e ancora con continue riproduzioni di se stesso, incessantemente. La tecnologia d’altronde permette e incoraggia la facilità e fluidità dell’autorappresentazione. 

Il ritratto, che sublima la narrativa della vita, il tempo che passa, la morte e i morti che ritornano (quante foto di cari ancora tengono vivi i ricordi), oggi è spogliato di tutto. Nel “Ritratto di Dorian Gray” il dipinto è letteralmente contenitore della mortalità del signor Gray, in Mr Gwyn il gesto stesso di ritrarre è letteralmente narrativa dell’individuo, con un inizio, uno sviluppo, e una fine.

Il nostro nuovo modo di produrre immagini di noi stessi ci ha disabituati alla narrativa. Senza di essa siamo dei contemporanei , fissi in una serie di istanti catturati e scorrelati, senza direzione e senza comprensione della fine delle storie, o dei ritratti, che siamo.

La Terna Sinistrorsa