Monopoly

ragazza bionda perplessa

Foto di Eugenio Zucchermaglio

Monopoly è orrendo

Avete mai finito una partita di Monopoly? E, ancora, avete mai finito una partita di Monopoly in cui la metà più uno dellə giocatorə si è dichiaratə contentə dell’esperienza di gioco?

No.

Monopoly è orrendo. Iniquo, frustrante e noioso. Schifoso nel consiglio dell’eccezione latina: da evitare.

Ma non siamo qui per spiegare perché Monopoly sia il MALE.

Il colpo di scena è che la sua inventrice sapeva benissimo tutto ciò.

Le origini

Elizabeth Magie inventò “The Landlord’s Game”[1] nel 1903, con due set di regole da giocare in alternanza. Stessa Plancia, stessi materiali ma esperienze ludiche diverse. Nella versione “prosperità” ogni giocatore guadagnava ogni volta che qualcuno acquistava un terreno e il gioco era vinto quando il giocatorə partitə con meno soldi riusciva a raddoppiarli.

Nella versione “monopolista” invece non vi era alcuna cooperazione: lə giocatorə dovevano far pagare il più possibile i transiti sui propri territori e per dissanguamento mandarli in bancarotta.

Vinceva chi non aveva perso.

Magie spiegò che il duplice regolamento serviva per far vivere allə giocatorə “una dimostrazione pratica del sistema in uso di accaparramento delle terre con tutti i suoi soliti risultati e conseguenze” e che scegliere un modello economico di sviluppo piuttosto che un altro aveva conseguenze profonde e tangibili.

“Avrebbe potuto benissimo chiamarsi ‘Il Gioco della Vita’” aggiunse “dato che contiene tutti gli elementi del successo e del fallimento del mondo reale”.

Negli anni Trenta la Parker Brothers ne acquistò il brevetto, commerciandolo in tutto il mondo con il nome di Monopoly e tenendo solo il set di regole ‘uno contro tutti’. Sopravvisse il regolamento specificamente pensato per essere irritante e repellente, dimostrando come l’assunto per cui la competizione del mercato spinga all’innovazione e alla sperimentazione sia totalmente falso: Monopoly è uguale da allora nonostante innumerevoli ‘edizioni’ e ‘revisioni’. A quanto pare per avere successo basta, per esempio, tenere tutto così come è e investire massicciamente in marketing, sincerandosi che l’attenzione dei consumatori sia sufficientemente distratta da non vedere altro che il proprio prodotto.

Ma non siamo qui per spiegare perché Monopoly sia Il MALE.

una ragazza sdraiata si copre il viso con le mani

Foto di Eugenio Zucchermaglio

Ben oltre il gioco da tavolo…

“The Landlord’s Game” aveva un preciso scopo didattico: denunciare l’elefante nella stanza e immaginare un futuro possibile.

Quell’elefante è il principio del “Successo a chi ha successo”, biblicamente declinato come “A chi ha sarà dato, chi non ha sarà bastonato[2]”. Questo principio, che potremmo accettare intuitivamente, ha attirato le attenzioni degli economisti.

È stato infatti dimostrato che il tipo di ricchezza più importante tra tutti è quello ereditato[3]: la capacità di generare ricchezze, il “tocco dell’imprenditore”, è di importanza secondaria rispetto al quantitativo di capitale iniziale che si dispone.

Redistribuire la ricchezza che non ci meritiamo

La teoria si rivela pratica in particolare nel mercato degli appartamenti in affitto. Costosissimi e brutti, si stenta a credere che il loro scopo primario sia garantire allə moltə il diritto all’abitare e al poter godere di un proprio spazio vitale. Si ha invece la sensazione che garantiscano a pochissimi di accumulare ricchezze senza dover impiegare il proprio tempo.

Come sanno bene gli operatori immobiliari, infatti, il valore di un appartamento è dato dalla posizione: la rete in cui è inserito è il principale discrimine per capire (e carpirne) il suo prezzo. Un appartamento è bello anche perché connesso a servizi, luoghi verdi e di ricreazione, vicini simpatici e così via.

Il valore non esiste in assoluto ma diffusamente, quindi perché farne disporre, sotto forma di denaro, solo ai pochi che ne detengono un diritto di proprietà? Non sarebbe meglio corrispondere a chi partecipa all’attività il suo corrispettivo monetario? Il partito di Magie se ne era accorto e propose una tassa da applicarsi a ogni compravendita di immobili da redistribuire alla collettività: si riconosce che il “merito” del surplus non è di nessuno, cioè di tuttə.

Prendiamo appunti

Abbiamo bisogno di uno Stato che non si fermi a tassare quello che riesce, ma quello che deve: il principio redistributivo è fondamento di una società sana, che permetta alla sua totalità di prosperare e non solo a una parte di essa. Allo stato attuale non si sa bene neanche quale che debba essere il ruolo dello Stato, con le principali voci in ambito economico che dichiarano che debba farsi da parte per, subito dopo, richiedere a gran voce un suo intervento. Le idee che circolano sembrano sempre più stanche e inconcludenti, e sono sinistramente le stesse che hanno condotto alla crisi mondiale del 2008: ora più che mai è un ottimo momento per metterne in circolo di nuove.

Perché sì, i monopoli sono Il MALE.

Foto di Eugenio Zucchermaglio

Note:

^[1]Traducibile come “il gioco del proprietario terriero” ma anche, adattandolo ai tempi, come “la strategia del palazzinaro”.

^[2]Atti degli Apostoli 4,32-35.

^[3]Capitale nel XXI secolo, Thomas Piketty.

La Terna Sinistrorsa