Come stai è una domanda pericolosa

di Sarah Binnido

Giuro, la prima volta vorrei dire di essere rimasta spiazzata, ma mentirei: le gambe tremano, gli occhi si inumidiscono, l’addome richiama le membra verso di sé e la gola tira, tira ed esplode in un urlo, talvolta in un pianto isterico. Il primo attacco di panico era dannatamente simile a uno di quei capricci che facevo da bambina quando mia madre non mi comprava il Kinder Maxi davanti alle casse del supermercato.

Si è ripetuto, a dire il vero succede tutt’ora. In certi periodi aumentano di frequenza, a volte di intensità, a volte non ci sono. Quasi.

Ogni volta che questa Rivoluzione (perché di questo credo si tratti, una Rivoluzione dell’animo) lascia il mio corpo, restano le macerie. Il corpo prosciugato non si vuole muovere anche se prima saltava tra le linee della metropolitana con leggerezza. Gli occhi si spengono e le labbra si serrano, le mani lungo i fianchi o in tasca.

Giuro, una volta lessi di un deficit cognitivo-percettivo, “Prosopagnosia”, che consiste nell’incapacità di riconoscere i volti degli altri e di se stessi. Dopo un attacco di panico intenso, con tutto il rispetto per chi questo disturbo lo ha realmente, diagnosticato da un medico competente, mi sento esattamente così: la vita perde di solidità e assomiglia più a un liquido vagamente viscoso che mi scivola tra le mani, quando un attimo prima era una statuina in marmo, salda e bellissima sul palmo. I volti si sfumano e non hanno più alcuna connotazione caratteristica che mi permetta di distinguerli, o apprezzarne i tratti. Non importa sia mia madre, un amicə, lə partner: le palpebre si riapriranno a fatica, la voce uscirà piatta e incolore.

Come stai?

Che domanda stupida. Non riflettiamo neanche più quando lo chiediamo, tanto si è fissata nelle convenzioni sociali, e Lei perde necessariamente significato, come quando ripeti “fragola” all’infinito finché il senso della parola stessa si sfalda.

Che fai se ti dico che non sto bene? Te la senti ad accettarmi? A prenderti cura di me, di ciò che sono pronta a metterti sulle spalle per un pezzo di strada? Sei dispostə a tenermi le palpebre aperte, a passarmi un braccio sotto il braccio e poi deciderò io, lasciamelo per una manciata di secondi questo picco di egoismo, deciderò io se sciogliermi in un abbraccio o farmi aiutare a camminare per un po’.  Non tendere la mano se ci stiamo incontrando di fretta sul marciapiede, se poi non hai il tempo, se non te la senti perché anche tu come me c’hai i tuoi cazzi e non è che puoi dare tempo a tutti. Oh, che se ti carichi ancora un po’ ti spezzi, che mica ti posso biasimare del resto.

Calma. Un respiro. Due respiri. Tre.

Come stai è una domanda pericolosa, che va detta se pronti a prendere la merda degli altri. Forse è un taglio difficile da accettare, e comunque rimane l’opinione di una 22enne con attacchi di panico.

Quelli non li risolvo, nemmeno con lo psicologo. Credo facciano parte del mio viso allo specchio, come gli occhi o le labbra.

Giuro, le volte in cui qualcuno però si è preso cura di me, o io di altri, ho scoperto che non sono l’unica a stare così, accesa e spenta come le lucciole.

Forse non è l’occasione per parlarne ora, ma magari pensarci.

Guardarsi in faccia magari.

Sarebbe già qualcosa.

Una generazione di lucciole.

Accese e spente.

La Terna Sinistrorsa