Run boy run

di Liv

“Corri! Ansel! Corri, saetta!”

Fili d’erba gli lambivano gli stinchi, provocandogli un leggero solletico. La pianura si estendeva davanti a loro, un sentiero tortuoso a tratti nascosto, a tratti scontato. Il sole cuoceva il manto scuro dello stallone, i muscoli fremevano e splendevano come metallo liquido. Ansel galoppava veloce, litri di adrenalina nelle vene, fiumi di sudore a rivoli dalle tempie. Non avrebbe deluso il suo cavaliere. Non ora.

Quel giorno gareggiava per il primo posto: da contea a contea, lui e Gottfried avevano sbaragliato la concorrenza, meritandosi la partecipazione a quella corsa finale verso il centro di Füssen. La partenza era andata una meraviglia: gli altri concorrenti non erano neanche ancora emersi dalla boscaglia alle loro spalle. 

Ad Ansel piaceva correre. Gli piaceva la sensazione del terreno sotto gli zoccoli, gli piaceva sbuffare aria incandescente, gli piaceva sentire le cosce di Gottfried stringergli la groppa. Sapeva di essere scattante, sfidava ogni collina e ogni altura con la sicurezza che le avrebbe superate senza battere ciglio. All’inizio era il suo cavaliere a dargli fiducia, a spronarlo: ricordava quando erano entrambi più giovani, facendosi compagnia nei brulli paesaggi della campagna germanica. L’aveva portato per tutte le sue avventure, sostenendolo nei momenti più euforici e in quelli bui. Gottfried era l’unico di cui si fidava: sapeva che non l’avrebbe mai abbandonato. Che per lui era l’unico, il migliore. La sua fiducia gli si era ormai stampata addosso, quella sensazione gli faceva da carburante inesauribile. Un rumore a destra gli fece girare l’orecchio, distraendolo un attimo dalla corsa. 

“Cazzo, è Von Brandt. Ci sta raggiungendo.”

C’era da aspettarselo. Nel salire sulla collina erano stati affiancati dal loro più pericoloso rivale: un giovane che era conosciuto per le sue vittorie a cavallo. Il ronzino nemico sembrava un fantasma, grigio e irraggiungibile. Lui e Ansel si scambiarono uno sbuffo di competizione, ma con solidarietà velata. I veri competitivi erano i cavalieri, gli animali erano lì per soddisfarli. Almeno per Ansel, l’unico giudizio importante era quello del suo padrone.

“Non rimanere indietro, fosse l’ultima cosa che fai! Non possiamo perdere.”

Foto di Marco Galli

Foto di Carlottina

Foto di Sara Clotilde

Si intuiva qualcosa di freddo nella sua voce, ma lo stallone non esitò ad accelerare. La fatica cominciava a farsi sentire, ma la città era in vista. Von Brandt era qualche metro più avanti, sentiva la sua voce roca incitare l’altro cavallo. Non potevano perdere.

Ansel sbuffava, le spalle inarcate per sollevare uno dopo l’altro gli zoccoli anteriori: falcata dopo falcata, volavano sulle colline, superando ruscelli e sollevando un grande, unico polverone. Gli stivali del cavaliere gli colpivano la pancia, la sella si era allentata e sfregava incessantemente sulla sua schiena stanca. Non potevano perdere.

Alla sua destra, la coppia avversaria sembrava fluttuare, non mostrando alcuno sforzo. Ma andavano di pari passo. Ansel e lo spettro si scambiarono un altro sguardo, e gli sembrò di vedere un velo di compassione nell’occhio dell’altro. 

Arrivarono alle mura della città, e lo stallone nero non sentiva più nulla, se non il ribollire del suo stesso sangue nelle vene. Ogni sua cellula protestava, ogni suo muscolo sembrava essere al punto di rottura. Non aveva mai corso così. Lui e Gottfried varcarono per primi le porte, pronti alle ultime svolte nelle stradine della cittadella. Mancavano attimi al traguardo.

“Spingi! Se perdiamo, non ha più senso correre.”

Le parole del suo cavaliere erano più dure che mai. Si sentiva scoppiare, sentiva come se i suoi polmoni stessero sanguinando, lacerati, esplosi. Sapeva che doveva fermarsi. Sentiva su di sé gli occhi di Gottfried, accecato dall’ambizione. Sapeva che non poteva fermarsi.

“Siamo i migliori! Abbiamo vinto Ansel! Ho vinto!”

Gottfried scese per abbracciarlo, ma la stretta delle sue ginocchia era l’unica cosa rimasta a tenere insieme i legamenti del cavallo. Ansel si accasciò a terra, ansimando. Non vedeva più niente, sentiva gli occhi bruciare, la criniera gli ricadeva sulla fronte, fradicia.

Le voci attorno a lui continuavano a gioire, il suo cavaliere trionfante veniva elogiato, il suo nome sulle labbra di tutti. Qualcuno inciampò in un suo zoccolo, e venne alzato tra le risate collettive. Ansel lo sentì appena, le sue zampe avevano smesso di rispondere. Sentiva i nervi urlare, sentiva incendi nelle articolazioni. Nel cervello solo dolore, nei polmoni solo polvere. 

“Dai, alzati! Ansel! Alzati!”

Le mani di Gottfried erano ruvide.

“Ansel, mi stai facendo fare brutta figura, alzati vecchio!”

Gli schiaffi per svegliarlo non erano più carezze. 

Il cavallo rimase lì, a terra, perso nella fatica. Non aveva previsto così la vittoria, non immaginava che sarebbe stato così solo. Vide per un attimo il muso spettrale dell’altro animale, che lo guardava mesto e sconfitto. E non per l’esito della corsa.

“Sta soffrendo troppo, dobbiamo abbatterlo.”

Gottfried non rispose. Era fermo a guardare il suo cavallo, morente sulle lastre di pietra della piazza principale di Füssen. Voleva sperarci, ma sapeva che non si sarebbe mai ripreso. Passati di mano in mano dalla folla, si ritrovò a impugnare due oggetti. A sinistra, il premio a cui ambiva così tanto: un sacco straripante di monete. A destra, per Ansel, un coltello arrugginito e mal affilato.

La Terna Sinistrorsa